Space economy

A Boca Chica è tutto pronto per il settimo volo di Starship

Sarà un test cruciale per gli sviluppi futuri del sistema di lancio più potente mai costruito, nonché il primo che promette di essere completamente riutilizzabile.

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Mentre l’Italia si interroga sull’affidamento della propria connettività strategica a Starlink, nel sito texano di SpaceX, a Boca Chica, la rivoluzione spaziale “by Elon Musk” non rallenta.

Alle 23 del 13 gennaio (ma la possibilità di un rinvio fino al 16 non è remota), inizierà il settimo volo test di Starship, il sistema di lancio che, una volta operativo, sarà non solo il più potente mai costruito, ma anche il primo interamente riutilizzabile.

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Il test, indicizzato come “Flight 7”, sarà cruciale: segnerà il debutto di Starship Block 2, una nuova versione con numerosi aggiornamenti sia all’“astronave” propriamente intesa - l’upper stage Ship 33 - che al primo stadio, il lanciatore Super Heavy chiamato Booster 14.

Del suo sistema di lancio a due stadi, alto complessivamente 120 metri (150 nelle future versioni) e largo 9, SpaceX proverà un design aggiornato delle pinne aerodinamiche, diversi miglioramenti al sistema di controllo del volo e qualche modifica minore ai propulsori.

Booster 14 - altra prima volta - monterà invece uno dei motori Raptor già usati per il quinto volo, quello del Booster 12, l’unico finora a essere stato recuperato con successo dai giganteschi bracci meccanici della torre Mechazilla, lo scorso 13 ottobre.

Riutilizzare uno dei propulsori – il primo stadio Falcon Heavy ne sfrutta in tutto 33 - rappresenta un test rilevante per SpaceX, perché consentirà di raccogliere dati preziosi per ulteriori sviluppi. Nel 2025 debutterà infatti il Raptor 3, una versione capace di generare 280 tonnellate di spinta.

Flight 7 includerà anche il primo test di rilascio del carico in orbita: una volta nello spazio, Ship 33 aprirà il suo portellone e libererà dieci finti Starlink, simili per dimensioni e peso alla terza generazione di satelliti dell’azienda, per verificarne il lancio in sicurezza.

L’ambizione di SpaceX è che la navetta Ship 33 completi un’orbita parziale della Terra e, rientrata in atmosfera, esegua un ammaraggio controllato al largo dell’Australia, dove la manovra sarà monitorata da un aereo Gulfstream V della Nasa.

Del Booster 14, invece, si tenterà il recupero sulla torre di lancio. Dopo il successo della cattura lo scorso ottobre e l’abbandono precauzionale durante la prova successiva, Flight 7 rappresenterà un tassello importante verso la piena operatività del sistema, tanto che in caso di esito positivo, l’ottavo test potrebbe portare anche al tentativo di recupero della navetta Starship da parte della torre Mechazilla.

Starship: minaccia di un monopolio

Sono in molti a seguire con interesse i progressi di Starship. Anzitutto la Nasa, che ha già scelto una versione modificata della navetta (chiamata Moonship) quale lander di Artemis 3, la missione deputata a depositare, nel 2027, la prima donna e il prossimo uomo sulla Luna (a più di cinquant’anni dall’ultima volta, con l’Apollo 17).

Non meno partecipe è Donald Trump, che già durante il suo primo mandato promise di consegnarsi alla storia come il presidente capace di riportare l’America sulla superficie lunare, addirittura fissando la scadenza al 2024.

Le conseguenze del successo di Starship saranno però evidenti anche lontano dai confini statunitensi: non solo perché sono cinquanta i Paesi sottoscrittori degli “accordi Artemis”, che disciplinano la prossima avventura lunare, o perché il programma è aperto al significativo contributo dell’industria internazionale, anche europea e italiana (se ne era scritto più in dettaglio qui); in particolare sarà l’impatto economico di Starship a stravolgere ancora una volta l’intero settore.

Per evidenziarlo, basterebbe un breve excursus sui costi di lancio per ogni chilogrammo di carico spedito oltre l’atmosfera: lo Space Shuttle “costava” 65mila dollari al chilo, mentre con i Falcon 9, gli attuali leader di mercato di cui si riutilizza solo il primo stadio, occorrono circa 4mila dollari; il New Glenn di Blue Origin, che ha debuttato domenica 12 gennaio, promette a regime di costare circa 1500 dollari.

Una volta funzionante, giura Musk, Starship abbasserà il costo di ogni chilogrammo lanciato in orbita di un ordine di grandezza, arrivando a circa 200 dollari. A quel punto sarà difficile per qualsiasi altro vettore spaziale, in particolare per i “neonati” lanciatori europei Ariane 6 e Vega C, rimanere competitivo. E non è un caso che anche il prossimo lanciatore pesante cinese, il Lunga Marcia 9, presentato lo scorso novembre al China Air show di Zhuhai, abbia sfoggiato un design e una concezione molto simili a quelli del sistema composto da Falcon Heavy e Ship.

Ben oltre i servizi di connettività satellitare, SpaceX potrebbe consolidare un monopolio inscalfibile nella tecnologia più abilitante, i razzi, quelli che, lo spazio, permettono di raggiungerlo. E un segmento nel quale già oggi l’azienda di Musk non ha rivali: nel solo 2024, SpaceX ha effettuato con successo 134 lanci sui 165 statunitensi; la Cina 70, la Russia 17, l’Europa tre.

L’Italia e l’Unione dovrebbero interrogarsi soprattutto su questo.

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