Benzina, ecco come sono nate le accise: Abissinia, Vajont e terremoti
Tributi introdotti per far fronte a crisi ed emergenze: dal 1995 sono stati assorbiti in un’imposta unica che ha subito ulteriori variazioni al rialzo
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Quando lo Stato ha bisogno di fare cassa mette mano alla benzina. La guerra di invasione dell’Etiopia o, come veniva chiamata in Europa, Abissinia (1935), la missione in Libano (1982), passando per la crisi di Suez (1956), il disastro del Vajont (1963), l’alluvione di Firenze (1966) e i molti terremoti che hanno colpito negli anni l’Italia sono infatti le voci legate alle accise sui carburanti via via introdotte per fronteggiare crisi ed emergenze con l’effetto di far lievitare il costo del combustile per motori a combustione.
Aliquota unica
Dal 1995 è stato modellato un tributo unico sui carburanti che ha assorbito la lunga lista di balzelli che si erano accumulati fino a quel momento e il cui gettito finanzia il bilancio statale. Da allora, però, i ritocchi al rialzo hanno continuato a ripetersi (sempre puntualmente in momenti di crisi) con un record di cinque interventi nel solo 2011. Il meccanismo è sempre lo stesso: il tributo si applica al bene, viene pagato dal produttore e l’onere trasferito sul consumatore nel prezzo di vendita. Il totale dal 1935 a oggi è di venti interventi.
Il gettito per lo Stato
Nel 2021 il Tesoro ha ricavato quasi 24 miliardi dalle accise sui carburanti, che nel caso specifico della benzina gravano sul prezzo finale alla pompa per il 38%. Ma le accise hanno anche una sorella: l’Iva, che pesa per il 18%. Quindi più della metà del costo della benzina risponde alla voce tasse. In totale tra benzina e gasolio, ipotizzando due pieni al mese per ogni auto circolante, il gettito di accise e Iva supererebbe i 40 miliardi di euro. E per operare una sforbiciata parziale, sul modello del precedente governo, secondo il Mimit servirebbe un miliardo al mese.
