Il nodo

Abuso edilizio, sotto la lente della Procura 40 progetti a Milano

Gli inquirenti hanno acquisito le carte dei cantieri che hanno avuto l’ok del Comune tramite Scia per la realizzazione di grandi costruzioni

di Sara Monaci

 

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La procura di Milano e il nucleo economico finanziario della Gdf di Milano hanno acquisito le carte di 40 progetti edilizi, per i quali il Comune di Milano ha rilasciato l’autorizzazione a costruire tramite Scia, la segnalazione certificata di inizio attività. Per gli inquirenti infatti non sarebbe questo il metodo appropriato per realizzare grandi costruzioni, anche dopo la demolizione di un edificio preesistente, se si superano i 25 metri di altezza e una superficie di almeno 3 metri cubi per ogni metro quadrato: in questo caso, dice la procura, non saremmo di fronte ad una «ristrutturazione», ma ad una costruzione nuova vera e propria, e come tale andrebbe trattata, utilizzando il rilascio di un più complesso permesso o realizzando un nuovo piano attuativo.

I fascicoli acquisiti dagli inquirenti potrebbero comunque salire, visto che proprio Palazzo Marino ha stimato che circa 150 progetti sono stati realizzati in questo modo. Al momento i casi in fase di approfondimento sono una decina, tra cui i tre dossier già chiusi relativi a via Crescenzago (Park Towers), via Stresa (Torre Milano) e Piazza Aspromonte (Hidden Garden). Gli indagati – funzionari, architetti e responsabili di cantiere – sono accusati a vario titolo di lottizzazione abusiva, abuso d’ufficio (reato che peraltro è in fase di cancellazione) e falso ideologico, per eventi avvenuti a partire dal 2017. Si aggiungono poi progetti che presentano gli stessi elementi critici: quello in via Fauché (Torre nel cortile); al Parco delle Cave (Residenze Lac); a San Cristoforo (Bosconavigli); in via Crema (Palazzina Liberty), in via Lamarmora (Città di Milano); in via Lepontina (Giardino segreto).

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La situazione sta generando preoccupazione crescente tra i costruttori. I vertici di Assimpredil Ance Milano hanno già dichiarato che si rischia la paralisi delle attività edilizie, con conseguente perdita di investimenti, competitività infrastrutturale e occupazione. Ad aumentare la tensione non ci sono solo i provvedimenti degli inquirenti, ma anche la scelta del Comune di Milano di “adattarsi” a quanto scritto dal Gip nelle inchieste già chiuse, chiedendo ai propri funzionari, con la delibera di febbraio e con le successive linee guida, di rilasciare d’ora in poi autorizzazioni a costruire solo attraverso permessi o piani attuativi, qualora si superino i parametri indicati dalla legge Ponte del 1967, quella che sostanzialmente prende come riferimento la Procura di Milano.

Sullo sfondo di questa storia c’è la mancanza di chiarezza normativa, senza una sintesi tra leggi urbanistiche e Testo unico dell’edilizia (risalente al 2001 e aggiornato decine di volte fino al 2023).

Il principale riferimento per gli inquirenti è, come detto, la legge Ponte, datata 1967, da cui deriva lo standard urbanistico secondo cui, con una nuova costruzione caratterizzata da un’altezza superiore ai 25 metri e/o un volume di oltre tre metri cubi per metro quadrato, c’è bisogno di una nuova pianificazione del territorio, ovvero di un «Piano attuativo», in quanto si presuppone che si debbano valutare i nuovi bisogni infrastrutturali di un quartiere. Il Codice dell’edilizia invece, sottolineano gli avvocati di parte, apre a diverse interpretazioni, stabilendo che è possibile definire semplice «ristrutturazione» e non nuova costruzione anche ciò che assume una «diversa sagoma», purché si mantenga la stessa superficie costruita complessiva, e pertanto una Scia sarebbe sufficiente.

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