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«Adolescence», un prodigio in piano sequenza capace di trattare temi complicati con profondità

La miniserie distribuita su Netflix sta entusiasmando critica e pubblico nell’affrontare temi delicati quali cyberbullismo e disagio adolescenziale

“Adolescence”, la nuova serie Netflix di cui si parla molto

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La (mini)serie del momento: si può sintetizzare così “Adolescence”, un prodotto che sta facendo discutere moltissimo critica e pubblico, tra commenti entusiastici, dibattiti accesi e riflessioni che riguardano i temi di cui parla e le scelte registiche con cui è stata realizzata.

L’apparato formale è infatti ciò che colpisce fin da subito di questa miniserie in quattro puntate, ideata da Jack Thorne e Stephen Graham e diretta da Philip Barantini, che sta rendendo felice un distributore come Netflix che ha iniziato a proiettarla sui suoi canali dal 13 marzo.

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Come già ampiamente scritto da molti, la serie presenta un piano sequenza per ogni episodio: quattro scene realizzate in una sola inquadratura, capaci di trasmettere un incredibile realismo e di sottolineare il talento di Philip Barantini, regista inglese classe 1980, che si è diviso in carriera tra il piccolo e il grande schermo e che annovera nella sua filmografia il notevole “Boiling Point – Il pranzo è servito”. Questo film del 2021, girato anch’esso in un solo piano sequenza, raccontava senza stacchi di montaggio un momento particolarmente concitato tra le cucine di un ristorante di Londra.

L’attore che interpretava lo chef di “Boling Point” era Stephen Graham, uno dei coautori di questa serie e interprete del personaggio di Eddie Miller, padre del tredicenne Jamie, il protagonista di “Adolescence”.

La loro è una famiglia semplice, che viene distrutta quando il ragazzo viene arrestato con l’accusa di aver ucciso una sua coetanea.

Bastano pochi minuti del primo episodio per entrare di petto in questa storia tanto coinvolgente quanto inquietante, in cui il realismo è così accentuato da rendere difficile proseguire la visione.

Temi complicati trattati con grande profondità

Non c’è però soltanto una grande tecnica alla base di “Adolescence”, ma anche una sceneggiatura capace di trattare temi complicati con straordinaria profondità: dal bullismo al cyberbullismo, passando per la difficoltà di comunicazione tra generazioni diverse e per la cruda rappresentazione di un terrificante disagio adolescenziale, “Adolescence” è una miniserie che tocca tantissimi argomenti estremamente urgenti, su cui discutere e su cui riflettere oggi più che mai.

La grande capacità di scrittura di Graham e Thorne (quest’ultimo è un drammaturgo di nota fama) arriva al suo apice nel potentissimo terzo episodio, in cui Jamie si confronta con una psicologa all’interno di una struttura psichiatrica minorile.

Proprio come fa quest’ultima, “Adolescence” non vuole prendere posizioni e offrire risposte, ma invitarci a porre delle domande attorno al mondo che ci circonda, cercando allo stesso tempo di sensibilizzare su problemi che spesso vengono troppo trascurati.

Attraverso un climax tensivo crescente, la miniserie ha una forza drammaturgica in costante evoluzione e un ritmo che anche la maggior parte dei lungometraggi pensati per il cinema non possono che invidiarle.

Per queste ragioni, quella che è la (mini)serie del momento, diventerà con ogni probabilità uno dei titoli più importanti di tutta questa annata, oltreché una produzione che ci ricorda ancora una volta quanto il piano sequenza – se usato con cognizione di causa e intelligenza – rimanga una delle scelte stilistiche più affascinanti, capace come nessun’altra di trasmettere il realismo delle vicende che si vanno a raccontare.

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