Le risorse disponibili

Al via il rilancio del porto di Manfredonia

Una dote di 121 milioni per lo scalo industriale in provincia di Foggia dove la manutenzione non viene fatta da oltre quarant’anni

di Vincenzo Rutigliano

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Si torna ad investire, con risorse per 121 milioni di euro, sul porto industriale di Manfredonia. E si prova a recuperare il tempo perduto: la manutenzione manca da oltre 40 anni e ora si punta a rifunzionalizzare lo scalo per rilanciarlo e intercettare nuovi traffici compresi, in prospettiva, quelli delle navi Ro-Ro. Entro gennaio l’Autorità portuale dell’Adriatico meridionale consegnerà i lavori di manutenzione e rifunzionalizzazione del Bacino alti fondali, un porto-isola con un pontile di approccio lungo 2 chilometri proiettato nel golfo di Manfredonia e 5 banchine per circa 1,5 chilometri fino al largo, dove ci sono le profondità operative, poco meno di 10 metri, che determinano il tipo di merce che si può portare a terra.

Insieme alla manutenzione e all’adeguamento al rischio sismico di questo enorme braccio di cemento armato e acciaio, i lavori - 121 i milioni a base d’asta di cui 80 coperti dal Pnrr e 41 dal fondo Zes Recovery Fund, aggiudicati per 90 al Rti guidato da Cisa spa - sono anche di rifunzionalizzazione. Quando le opere saranno terminate a febbraio 2026 secondo la scadenza prevista dal contratto, il Bacino alti fondali aumenterà ulteriormente la sua capacità di movimentazione non solo di merci rinfuse solide, ma anche di molto altro. Come per le pale eoliche classificate “merci in colli” trasportate su project cargo aumentate del 51% ad ottobre 2023 sullo stesso periodo del 2022, in totale 61.032 tonnellate. Vengono sbarcate nel porto sipontino per essere destinate agli impianti del sub Appennino Dauno e di alcune aree delle regioni dell’Italia centrale: le pale vengono depositate negli spazi delle aree retroportuali dell’Asi per poi essere spostate da Manfredonia verso tutte le direzioni. Questo collettame sta arricchendo il traffico merci di questo porto – uno dei 6 gestiti dall’autorità portuale insieme a Bari, Brindisi, Monopoli, Barletta e Termoli – che resta saldamente legato alle tradizionali rinfuse solide, in massima parte cereali, produzione tipica della Capitanata. Nel 2019 costituivano il 45% del totale movimentato nel porto e pari a 253.000 tonnellate, a dicembre 2023 quasi 600.000 delle 800.000 dell’intero anno scorso. E altre tipologie si stanno aggiungendo. Dai trasporti eccezionali alla sabbia per l’industria del vetro, alle rinfuse liquide (olio, vino, acqua per le isole Tremiti), ad alcune sperimentazioni per il traffico passeggeri.

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Per questo porto “cenerentola”, da troppo tempo ai margini rispetto ai porti pugliesi maggiori (Bari, Brindisi, Taranto) si apre ora una prospettiva diversa. Non solo a servizio della Puglia del Nord, ma anche del Molise e della Basilicata con propaggini verso lo scalo marittimo di Salerno. «Il nostro obiettivo – spiega Ugo Patroni Griffi, presidente dell’Autorità portuale – è rivitalizzare il porto dotandolo di una struttura performante per tutto il retroporto industriale. Questi sono porti industriali che vivono se c’è un’ industria che cresce». Come dimostra il trasporto di sabbia che arriva nel porto sipontino per il vicinissimo stabilimento di produzione del vetro per architettura della multinazionale turca Sisecam che ha rilevato, nel 2018, Manfredonia Vetro del gruppo Sangalli. Il porto industriale –costruito tra il 1971 e il 1978 su progetto affidato dalla Cassa per il Mezzogiorno a Snam Progetti (gruppo Eni) – ha un’ulteriore prospettiva, da concretizzare sperabilmente nel breve periodo, e cioè i traffici dei rotabili. Si aprirebbe uno scenario completamente diverso a servizio del vicino Molise come delle aree interne della Basilicata, su tutte quella della ex-Fiat Sata di San Nicola di Melfi per la filiera dell’auto e dell’indotto. Per questo l’Autorità lavora al piano regolatore del porto per prevedere una banchina adatta al traffico delle navi Ro-Ro. «Nella pianificazione del piano regolatore è previsto un approdo comodo per i rotabili – dice Patroni Griffi –. È quello che stiamo chiedendo e tra poco dovremmo avere un progetto da presentare alla collettività e agli operatori anche per questo tipo di traffici».Manfredonia infatti ha banchine più alte di quelle utili per le navi Ro-Ro che non possono tecnicamente ormeggiare, serve una rampa più bassa.

«Il traffico Ro-Ro può portare di tutto – prosegue Patroni Griffi –. E poi la ferrovia è vicina e la regione sta verificando la possibilità di allungare il binario anche nel porto». Sulle performance del porto inciderebbe anche un altro intervento strutturale necessario, cioè l’eliminazione dei nastri trasportatori realizzati 40 anni fa e mai entrati in funzione, che tagliano in modo baricentrico le banchine impedendo il passaggio da una banchina a quelle successive. L’eliminazione favorirebbe l’ulteriore sviluppo dello scalo che, già oggi, può contare non più su uno, ma su due imprese portuali, su due operatori di servizi portuali e su un numero di addetti passato da 11 a 16.

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