Aldo Moro, tessitore della democrazia
di Paolo Pombeni
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Il 16 marzo di quarant’anni fa veniva rapito Aldo Moro. L’operazione, spettacolare, era opera delle Brigate Rosse che per 55 giorni avrebbero inchiodato l’opinione pubblica a seguirne gli sviluppi sino alla tragica conclusione con l’uccisione dell’ostaggio. Sembrò una vicenda che metteva a nudo la crisi finale della democrazia italiana, mentre in realtà ne avrebbe testimoniato vitalità e radicamenti che allora erano messi in dubbio non solo dai sedicenti rivoluzionari armati.
Forse, con il senno del poi, fu questa una vittoria postuma dell’analisi realistica della società italiana che Aldo Moro aveva sempre cercato di proporre. Il suo martirio lo rese un personaggio popolare ed emblematico, qualcosa che non si può dire gli fosse capitato negli anni precedenti, quando piuttosto veniva presentato come un fumoso ideologo democristiano, involuto nel suo modo di esprimersi, molto sensibile agli equilibri di corrente per tenere insieme il composito partito di cui faceva parte sin dalla sua fondazione (la leggenda che ancora circola che nella crisi del fascismo avesse pensato di iscriversi ai socialisti è priva di fondamento).
In realtà Moro era un personaggio molto complesso, che univa una solida formazione intellettuale con una lunga esperienza maturata nella gestione di grandi organizzazioni: dal suo esordio ai vertici delle associazioni degli universitari e poi dei laureati cattolici, alla trentennale militanza nella Democrazia Cristiana. Con l’intrecciarsi di quelle due dimensioni aveva potuto sia cogliere sempre le dinamiche di un’epoca ricca di evoluzioni profonde, sia prospettare che il cambiamento andava governato con la pazienza di chi sa aiutare la sua metabolizzazione da parte delle società su cui incide.
Il suo stesso esordio politico come componente della Assemblea Costituente lo aveva portato a considerare il tema della costruzione di una democrazia che aveva necessità di radicarsi nella coscienza della gente, per cui la Carta doveva avere anche una dimensione pedagogica, inclusa quella di ancorarsi saldamente all’antifascismo (una scelta di campo su cui non ammise mai compromessi). Fu “dossettiano” perché quello era l’orizzonte in cui si inserivano i giovani cattolici che pensavano ad un’Italia non solo nuova ma consapevole delle dinamiche che scuotevano la storia del mondo: anche questa una prospettiva che non abbandonò mai, nonostante la conclusione dell’esperienza di quel cenacolo politico-intellettuale.
Certo il momento più forte della sua vicenda politica venne quando gli toccò di guidare il suo partito all’appuntamento con la cosiddetta “apertura a sinistra”. Sebbene nel 1959 fosse stato indicato come segretario da una maggioranza che voleva distaccarsi dalla gestione che di quel passaggio voleva fare Fanfani, Moro fu un paziente costruttore delle condizioni perché l’inclusione dei socialisti nella coalizione di governo potesse realizzarsi. Ciò che lo distingueva da Fanfani era la sua convinzione che quell’operazione non potesse realizzarsi con il predominio di chi faceva leva sulle posizioni di governo, ma dovesse ancora una volta coinvolgere il complesso delle componenti sociali che trovavano espressione nelle varie correnti della DC. Perché il problema non era quello di una semplice aritmetica parlamentare, ma nasceva dalla esigenza di governare una modernizzazione che una quota non piccola delle classi dirigenti tradizionali si rifiutava di accettare. In quelle c’erano buona parte dei vertici della Chiesa sia italiana che vaticana. Oggi abbiamo dimenticato quanto costò a Moro tenere la schiena dritta, come si usa dire ora, davanti alle accuse di tradimento di cardinali come Siri o di ambienti come i gesuiti de «La Civiltà Cattolica».

