Intervista

Alessandro Marinella: «Così porto nel futuro l’azienda di famiglia»

Incontro con il manager che rappresenta la quarta generazione della famiglia celebre per le sue cravatte: «Voglio dimostrare che da Napoli si possono fare grandi cose»

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Quando Eugenio Marinella apriva per la prima volta le porte del suo negozio di 20 metri quadri sulla Riviera di Chiaia, la Belle Époque aveva ancora solo due giorni di vita. Era il 26 giugno 1914, e se gli echi degli scontri della Settimana rossa che aveva agitato l’Italia si erano appena sopiti, 48 ore dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo avrebbe fatto deflagrare la Prima Guerra Mondiale. Da quella mattina d’estate, però, il negozio di don Eugenio avrebbe sempre offerto un rifugio di bellezza per i gentlemen che volevano abbigliarsi “all’inglese”, all’epoca sinonimo di suprema eleganza.

Matilde Serao sul «Mattino» scrisse che «i nostri viveurs vi troveranno articoli inglesi esclusivamente modellati per la casa come camicie, cravatte, bretelle, fazzoletti, bastoni, ecc. ecc., tutto di ultimissima moda». C’erano gli impermeabili Aquascutum, i profumi Floris e Penhaligon’s, gli ombrelli Brics, le scarpe J&W Dawson, le cravatte. Nel manuale The Plimco Companion of Fashion, uno degli innumerevoli aneddoti dedicati all’arbiter elegantiarum britannico per eccellenza, Lord Brummel, riporta come ogni mattino il suo valletto scendesse le scale traboccando di cravatte sgualcite, che definiva «i nostri tentativi falliti». E di tutto quel ricco catalogo, alla fine sarà proprio quel fondamentale accessorio, discendente del tessuto che le milizie croate nella Guerra dei Trent’anni portavano al collo, a fare la fortuna dei Marinella.

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Il negozio E. Marinella a Napoli

Centoundici anni dopo, le cravatte di twill di seta nate a Napoli vestono il collo di celebrità di tutto il pianeta, imprenditori e politici in primis. Fu Enrico de Nicola, il primo presidente della Repubblica, napoletano, anche il primo a regalare scatole di cravatte Marinella alle personalità in visita, abitudine proseguita e implementata da Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi, fino all’ultimo G7 Cultura.

Oggi, allo stesso indirizzo inondato di sole, profumo di mare e di caffè che viene dal bar accanto, non di rado si forma una fila per comprare le cravatte dei Marinella, che di generazione in generazione si tramandano il piacere di accogliere persone più o meno celebri con immancabile cortesia e affabilità. Il testimone è ora in mano a Maurizio Marinella, nipote di Eugenio, che da qualche anno lo condivide con il figlio Alessandro. Trent’anni il prossimo 25 aprile, Alessandro è dunque il volto della quarta generazione della famiglia, «ma è un po’ come fossi la seconda, perché fino a mio padre la nostra formula era rimasta la stessa», spiega. Naturalmente incline al sorriso e dallo sguardo che rivela una chiarezza di visione e intenti mai sconfinanti nella presunzione, Alessandro fa parte di quei giovani imprenditori alle prese con importanti eredità e con la complicata sfida di farle evolvere preservandone l’identità. In realtà le cravatte non erano il suo sogno da bambino, più propenso a fare lo chef o lo psicologo. Dopo gli studi in economia aziendale a Napoli e i master all’estero, è proprio un altro sorriso, quello del padre, a portarlo verso il negozio di famiglia: «Rientrava a casa sempre felice, anche se stanco, e questo mi colpiva molto – ricorda –. Sono cresciuto fra le sete, da bambini ci giocavamo a rubabandiera».

Alessandro Marinella con il padre Maurizio

Anche grazie a lui da laboratorio artigianale per appassionati, Marinella si sta trasformando in un’azienda che veleggia verso i 18 milioni di fatturato, con una settantina di dipendenti e un team tutto dedicato al digitale, negozi in Italia, a Londra e Tokyo, apprezzata anche in Africa e che punta ad approdare negli Stati Uniti, ma saldamente, inestricabilmente napoletana: «La nostra identità è fatta di classicismo inglese e sartorialità napoletana. Non può che continuare a fiorire da qui», prosegue. C’entra anche Donald Trump in questa affermazione. Su una parete del negozio c’è una sua lettera incorniciata, fra le tante di altre celebrità. Quando fu recapitata Alessandro non era ancora nato, ma ama molto raccontare questa storia: «All’epoca Trump era un imprenditore di successo, ma non così noto in Italia. Scrisse a mio nonno Luigi e a mio padre per invitarli ad aprire una boutique all’ultimo piano della Trump Tower a New York. Doveva essere tutto a carico nostro. I miei comprendevano l’opportunità, ma si chiesero come avrebbero potuto portare le sarte lassù… Allora mio nonno disse una cosa che è diventata cruciale per noi, cioè “dobbiamo dimostrare al mondo che si possono fare grandi cose non solo partendo da Napoli, ma soprattutto restando a Napoli”».

Aveva ragione. È come se il genius loci riuscisse a penetrare le finestre del laboratorio a cento metri dal negozio, affacciato sul verde della Villa Comunale, fissandosi nelle fibre dei twill di seta tagliati e cuciti, rigorosamente a mano, dalle sarte che confezionano almeno 150 cravatte al giorno. Lunghe 147 centimetri e larghe 8,5 nella misura standard, sono lavorate in tre, cinque, sette o nove pieghe, queste ultime le più opulente e adorate in Giappone, che per Marinella è il secondo mercato dopo l’Italia. Ci sono vezzi da rispettare, per esempio il passantino sul retro deve restare libero, ma la libertà sfiora la vertigine quando si tratta di scegliere fra le centinaia di colori e fantasie provenienti anche dall’archivio. Da decenni le sete sono prodotte per loro da Adamley Textiles, uno degli ultimi setifici di Macclesfield, il più antico distretto britannico della seta, dove si stampa ancora a quadri e l’acqua dolce del fiume Bollin rende i colori più vividi. «Per noi la sartorialità, l’artigianalità, è tutto. L’industria del lusso si è appropriata del concetto di fatto a mano non sempre a proposito – nota –. Chi produce vero lusso, vero made in Italy, va difeso, ed è anche per questo che abbiamo rilevato il 30% di Adamley. Ma anche per garantirci l’approvvigionamento che ci occorre, dal momento che i grandi gruppi si stanno assicurando i produttori più bravi».

Con lo stesso spirito, già una ventina di anni fa i Marinella hanno rilevato un altro marchio storico italiano, Stivaleria Savoia, una sorta di Hermès lombardo risalente al 1870 e che oggi ha un negozio nel cuore di Milano. «Siamo cresciuti anche perché abbiamo iniziato a differenziare, proponendo altri accessori – dice Alessandro –. Certamente oggi la cravatta si porta di meno, non è più d’obbligo come un tempo. Ma proprio per questo chi la indossa lo fa più consapevolmente, per dichiarare il proprio stile. E questo è un vantaggio per noi. Le spiego, mi perdoni le percentuali: nel 2019 le cravatte generavano l’80% del nostro fatturato, oggi il 60%. Ma rispetto ad allora vendiamo il 20% di cravatte in più, perché il nostro fatturato è cresciuto del 50 per cento».

La regina (allora duchessa) Camilla in visita da Marinella nel 2017

Per Alessandro Marinella, però, abito e cravatta sono una sorta di divisa e gli conferiscono uno stile molto diverso da quello della maggior parte dei suoi coetanei. Che lui però conosce molto bene. Ha sviluppato l’e-commerce e i canali social dell’azienda, e ai suoi oltre 58mila follower su Instagram insegna di persona i diversi nodi («l’importante è non farli davanti allo specchio!»). Il suo seguito dimostra che è il volto perfetto per far evolvere l’azienda di famiglia ben oltre il prodotto, come il lusso contemporaneo impone. Per esempio, la scorsa estate è stata sua l’idea di vestire con i motivi Marinella gli arredi del nuovo beach club Cava Regia a Vico Equense, antica cava di calcare del tempo dei Borboni oggi riqualificata e che esprime con efficacia la potente energia creativa che attraversa oggi Napoli e il suo territorio. Di recente nella vecchia sede dell’archivio storico dell’Enel a San Giovanni a Teduccio è stata inaugurata la Fabbrica Italiana dell’Innovazione, incubatore e acceleratore di start up per la Green e per la Blue economy. Un anno fa il gruppo Oniverse ha aperto nella Stazione Marittima il suo Digital Hub.

La nuova stazione della metropolitana di Chiaia

Il successo della musica newpolitan, i libri di Elena Ferrante, la Parthenope di Sorrentino, la nuova stazione della metro Chiaia firmata Peter Greenaway, già inserita dal Prix Versailles fra le più belle del mondo. «Napoli sta vivendo un momento molto bello e stanno aumentando anche gli investimenti per attrarre il turismo di lusso, che finalmente si ferma in città e non se ne va subito verso la Costiera o Capri. Ma è urgente investire sul potenziamento dell’aeroporto».

Cosmopolita e viaggiatore, come molti dei suoi coetanei, Alessandro Marinella come loro ha una spiccata attenzione per la sostenibilità, considerata non un obbligo, ma una vocazione: «Si può innovare anche con un oggetto tradizionale come la cravatta – dice –. Qualche anno fa abbiamo lanciato le cravatte in fibra da cellulosa ricavata dallo scarto di agrumi in collaborazione con Orange Fiber. E gli involucri delle cravatte sono in polipropilene biodegradabile, sviluppato con Oben Group». Sarà anche per questo che i valletti di Carlo III, il re più ecologista della storia, sono presenza costante nel negozio di Londra. Nel 2017, quando Alessandro è entrato in azienda, l’allora duchessa Camilla comprò personalmente a Napoli tre cravatte per il marito in tessuti di archivio del 1948, anno della sua nascita. I Marinella hanno iniziato il percorso per ottenere il riconoscimento come Royal Warrant, fornitori ufficiali della casa reale: «È un processo lungo, ma sarebbe bellissimo», sorride ancora. Il bisnonno Eugenio, aprendo la saracinesca in quella lontana mattina d’estate, forse non lo avrebbe neppure osato sognare.

Copyright reserved ©
  • Chiara Beghelli

    Chiara BeghelliRedattore

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: inglese, spagnolo

    Argomenti: moda, lifestyle, lusso

    Premi: Premio Penna Arcobaleno (2011) - Premio Stampa Moda Movie (2019) - Premio Casato Prime Donne (2022) - Premio Roma Fashion White sezione "Libri di Moda" (2025)

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