Alighieri poeta di mezza età
Con l’uscita delle «Rime della maturità e dell’esilio» si è finalmente conclusa la nuova edizione commentata del corpus poetico pubblicato da Salerno Editrice
di Claudio Giunta
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Di Dante, il medio lettore colto conosce, di solito, qualche canto della Commedia (qualcuno in più dell’Inferno, qualcuno in meno del Purgatorio, quasi niente del Paradiso) e qualche poesia della Vita nova: e nei manuali scolastici si dice che di qui, dalla Vita nova, è nato un nuovo modo di parlare d’amore, che questo è il lascito dantesco più importante alla tradizione lirica italiana. È giusto, ma Dante non la pensava esattamente così. Nel De vulgari eloquentia, infatti, nel momento in cui deve citare come esempio un poeta d’amore, cita Cino da Pistoia, e all’«amicus eius», cioè a sé stesso, riserva la palma di poeta «della rettitudine», e come campione di poesia della rettitudine cita Doglia mi reca, una canzone che è quasi un trattato in versi sulla virtù e in particolare un’esortazione alla liberalità, al buon uso del denaro. Può darsi che in questo primato concesso a Cino ci fosse stima reale; oppure, o anche, distacco rispetto ai canoni estetici della giovinezza (Dante che scrive le liriche per Beatrice ha vent’anni, Dante che scrive il De vulgari eloquentia ne ha quaranta), e un diverso concetto di cosa debba essere la poesia: come ha scritto De Sanctis, «c’era nell’intenzione di Dante di bandire i veri della scienza ora nella forma diretta del ragionamento, ora sotto il velo dell’allegoria» (e qui si parla appunto del Dante maturo, di quell’età più «temperata e virile» di cui lui stesso parlerà nel Convivio). Di fatto, anche Boccaccio, nella biografia di Dante che scrive trent’anni dopo la sua morte, mostra di attribuire più rilievo al poeta morale che al poeta lirico, anzi liquida come «leggerissime cose» le liriche d’amore, e loda Dante per aver mostrato come attraverso la poesia in volgare sia possibile trattare «ogni alta materia», e conclude: «costui […] glorioso sopra ogni altro fece il volgar nostro».
Ora, queste “rime della maturità e dell’esilio” escono per la casa editrice Salerno in una nuova edizione commentata da Marco Grimaldi. Nel 2015 era uscito il volume contenente la Vita nova, commentata da Donato Pirovano, e le rime della giovinezza commentate dallo stesso Grimaldi: ora non manca più niente. La scelta è già di per sé degna di nota: nella sua celebre edizione del 1939 Contini aveva commentato soltanto le poesie non presenti nella Vita nova e nel Convivio, e così avevo fatto io nella mia edizione per i Meridiani, dieci anni fa (mentre De Robertis – editore critico e commentatore delle Rime – escludeva le poesie della Vita nova delle quali non fosse attestata una prima redazione anteriore alla stesura del libro); Grimaldi riprende invece il titolo e l’impianto dell’edizione di Barbi-Maggini e Barbi-Pernicone, e insomma ci dà in due volumi il più esteso dei canoni possibili, mantenendo anche l’ordinamento congetturalmente cronologico di Barbi – dal tempo della Vita nova ai testi dell’esilio – ed evitando così anche le speculazioni su possibili ma mal dimostrabili “libri” di rime organizzati dall’autore; e la stessa ampiezza di selezione riguarda le ’rime dubbie’, dato che anche per questa sezione Grimaldi torna al canone Barbi, più largo di quello fissato da De Robertis. In più, si aggiungono, anch’essi provvisti di adeguato commento, i testi dei corrispondenti.
Questa “tavola del contenuto” non è superflua, perché oltre a chiarire agli esperti l’opzione critica che orienta il lavoro del commentatore serve a dare anche ai non esperti la misura del lavoro fatto, veramente immane. Immane è anche il compito del recensore: un commento del genere non si legge da cima a fondo, si adopera cercandovi risposte a questioni rimaste in sospeso, o soluzioni alternative a quelle proposte dai commentatori precedenti (il sottoscritto incluso), e queste risposte e soluzioni si meditano, si vagliano nel corso del tempo. Con queste cautele, il lavoro fatto da Grimaldi mi sembra davvero eccellente. Innanzitutto per qualità che riguardano il commento nel suo complesso: l’attenzione ai dati filologici, con proposte nuove e convincenti anche rispetto all’edizione critica di De Robertis; e l’ampiezza dei confronti intertestuali: che nei commenti precedenti (il mio incluso) erano soprattutto confronti tra Dante e la poesia italiana del Duecento, mentre qui si allargano all’intera area romanza, con molte novità interessanti su trovatori e trovieri. E poi, soprattutto, per una serie molto cospicua di intelligenti interpretazioni di singoli testi o brani, interpretazioni che risolvono in maniera convincente problemi che l’esegesi pregressa aveva lasciato aperti oppure – ed è ciò che un commento deve anche fare – li complicano in maniera interessante. E per non lasciare il discorso nel vago faccio solo tre esempi, graduandoli a seconda di quella che a me pare il loro grado di plausibilità.
Nel commento alla tenzone tra Dante e Cino da Pistoia in cui si allude a una donna verde è possibile, come propone Grimaldi, ma forse non probabile, che i due amici abbiano in mente la definizione di verde che si legge nelle Etimologie di Isidoro (e poi in Uguccione): «vi et suco plenus, quasi vi rudis», perché la viridità mi sembra connotare, nei testi in questione, più la giovinezza che la forza della donna.
Nel commento alla canzone Tre donne intorno al cor mi son venute, in merito alle tre forme o gradi della giustizia che Pietro di Dante identificava nello ius naturale, nello ius gentium e nello ius civile, mi pare molto interessante (e, nella scala della plausibilità che ho detto, non solo possibile ma probabile) il confronto con il passo dell’Etica Nicomachea in cui Aristotele distingue tra una giustizia ’generale’ come rispetto delle leggi e due forme di giustizia subordinate, «quella che si attua nella distribuzione di onori, di denaro o di quant’altro si può ripartire tra i membri della cittadinanza» e «quella che apporta correzioni nei rapporti privati» (1130b 30-35), cioè insomma la giustizia distributiva e la giustizia correttiva o commutativa, che è la stessa terna che si trova negli affreschi senesi di Lorenzetti sul Buongoverno.

