Venture capital

Alla ricerca della via più efficace per promuovere le start up

La necessità di autarchia europea nel settore della difesa potrebbe costituire uno stimolo eccezionale all’innovazione tecnologica

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Nei giorni scorsi la Banca d’Italia ha riunito all’Istituto Universitario Europeo di Firenze regolatori, gestori di fondi di venture capital (Vc), imprenditori, direttori generali di banche di sviluppo (ad es. Cdp) e accademici per riflettere su come promuovere il finanziamento della crescita e dell’innovazione in Europa.

È stata l’occasione per discutere le proposte del Rapporto Draghi, che ha identificato nella frammentazione dei mercati e delle regole ma anche nell’eccesso di regolamentazione Ue alcune delle ragioni per cui le startup europee non riescono a raggiungere le dimensioni delle BigTech americane o cinesi.

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Molti tra i presenti hanno lamentato i costi che derivano dalla molteplicità di regole da seguire per operare su più mercati europei e suggerito la strada della totale armonizzazione. Ma è difficile contestare che, in un’economia della conoscenza, i mercati europei sono frammentati meno a causa delle regole applicabili che della diversità di lingue, culture e gusti personali dei 27 popoli che li abitano.

Si è discussa anche l’idea di un 28° regime: ossia, di una Società Innovativa Europea con un suo diritto societario, fallimentare e, in parte, del lavoro e tributario. Sulla carta, essa potrebbe contribuire alla semplificazione, ma il diavolo si nasconde nei dettagli e questi sono ancora ignoti. Il precedente della Società Europea, un ibrido tra diritto europeo e diritti nazionali, non è incoraggiante. Inoltre, è poco plausibile che la Società Innovativa Europea possa prendere a modello il diritto societario che tutte le startup americane usano, quello del Delaware, caratterizzato dal rispetto assoluto per l’autonomia privata e dunque dall’assenza di norme imperative: una caratteristica necessaria per le società finanziate da Vc, in cui per contratto si realizza un assetto molto peculiare dei rapporti tra Vc e imprenditore, al fine di governare l’incertezza e i rischi di opportunismo tipici delle startup.

Per questo sarebbe utile prendere in considerazione una soluzione diversa, alternativa o complementare al 28° regime, il mutuo riconoscimento: una disciplina Ue che, oltre ad escludere l’applicazione del diritto societario Ue alle startup, precluda agli stati membri in cui esse operino di sovraimporre le proprie regole di diritto societario a quelle del paese in cui hanno scelto di costituirsi. Così, il diritto societario di ciascuno stato membro sarebbe in competizione con gli altri per attrarre le startup, che poi potrebbero operare nel paese da loro prescelto. A questo fine, si potrebbe anche rimuovere il divieto Ue di imporre tasse per la costituzione di startup.

Il modello potrebbe poi essere replicato per le regole in tema di ristrutturazione del debito, con l’Irlanda che sarebbe la meglio piazzata per raccogliere il testimone dal Regno Unito come paese nel quale procedere ad accordi stragiudiziali di composizione delle crisi.

È improbabile che si possa raggiungere lo stesso risultato in campo lavoristico e fiscale, ma lo stesso problema ci sarebbe per il 28° regime.

Da ultimo, i tentativi di promuovere le startup di cui si è discusso potrebbero risultare insignificanti al confronto delle conseguenze di quanto sta accadendo sullo scacchiere geopolitico: l’Europa deve investire in difesa e, in particolare, in tecnologie ad uso militare affidabili, cioè non dipendenti da produttori provenienti da altre aree d’influenza (leggi, purtroppo: gli Stati Uniti). Come ha scritto il Financial Times del 9 marzo oggi quasi tutte le armi possono essere rese inutilizzabili da chi le produce, «premendo l’interruttore» su ordine del loro governo. La risultante necessità di autarchia europea nel settore della difesa potrebbe costituire uno stimolo eccezionale all’innovazione tecnologica: è noto che le startup innovative, sia negli Stati Uniti sia in Israele (noto come la startup nation), si sono sviluppate là più che altrove anche grazie alla stabile ed elevata domanda di tecnologia da parte dei rispettivi ministeri della difesa, con ricadute anche sullo sviluppo di tecnologie ad uso civile. Si tratterebbe di un risvolto positivo di lungo periodo, per quanto piccolo, dei riallineamenti strategici e della necessaria corsa al riarmo a cui ci tocca in sorte di assistere in questi giorni drammatici per il futuro dell’Europa.

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