Lettera al risparmiatore

Alphabet gioca le carte nell’intelligenza artificiale: cloud, pubblicità e Google

La nuova tecnologia è sfruttata per migliorare prodotti e business, ma è usata da altre società per spingere la concorrenza. Il nodo dell’Antitrust

di Vittorio Carlini

6' min read

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L’intelligenza artificiale. È il nuovo Eldorado di Wall Street. Certo: la spinta del marketing sulla tecnologia, soprattutto al fine di sostenere i titoli in Borsa, è forte. Inoltre l’Artificial intelligence (Ai) da tempo è presente in molti prodotti e business di varie aziende hi tech. Ciò detto, però, l’irrompere sul palcoscenico – soprattutto consumer – dell’Ai generativa rappresenta un punto di svolta. Anche per società come Alphabet Classe A che già nel 2014 (allora ancora chiamata Google, in quanto la holding è creata nel 2015) acquista l’inglese DeepMind, società focalizzata proprio sull’Intelligenza artificiale.

La nuvola informatica

L’Ai, a ben vedere, è un fil rouge trasversale a tante attività di Alphabet. Tra queste, un ambito dove certamente recita la parte da protagonista è il cloud computing.

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La nuvola informatica, nel corso degli anni, ha aumentato la valenza strategica per il gruppo, pur non producendo – a livello di divisione – una continua redditività operativa annua. Secondo il terminale Bloomberg, Google Cloud nel 2017 valeva il 3,7% dei ricavi complessivi. Poi, l’anno successivo, l’incidenza è passata al 4,3% per arrivare, nel 2019, al 5,5%. Nel 2022 la nuvola informatica ha generato il 9,3% del giro d’affari e, nel secondo trimestre dell’attuale esercizio, è valsa il 10,7% del fatturato consolidato. L’incremento dei ricavi, però, non corrisponde – per l’appunto – alla creazione di profitti annuali: dal 2018 la divisione riporta perdite operative (2,97 miliardi di dollari il rosso del 2022).

SEMESTRI A CONFRONTO

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Al di là di ciò, l’espansione del business – in particolare nei tempi più recenti – è conseguenza anche dell’Artificial intelligence. «Google Cloud – dice Sundar Pichai, ceo di Alphabet – sta costruendo la sua leadership tecnologica nell’Intelligenza artificiale (...) Le nostre piattaforme sono sfruttate da Ai model», anche per il loro «allenamento». Insomma: il Graal hi tech è un ingrediente essenziale del cloud di Alphabet. Sennonché, il risparmiatore sottolinea, da una parte, che il settore è in frenata; e, dall’altra, che non è detto che l’Intelligenza artificiale sia in grado di controbilanciare la maggiore debolezza del comparto. «Le imprese – conferma Roberto Siagri, già fondatore di Eurotech – sono restie ad investire. Inoltre il settore, nel passato, ha accelerato molto. Naturale, quindi, assistere alla frenata». Ciò detto, «l’Ai richiede più servizi, maggiore potenza di calcolo, raccolta e custodia di enormi quantità di dati». Quindi, nonostante l’attuale volatilità, «la domanda di nuvola informatica», compresa quella di Alphabet, «rimarrà strutturale». «Inoltre – aggiunge Umberto Bertelé, professore emerito di strategia al PoliMi – c’è molta attenzione, anche per questioni di sicurezza, rispetto alla diversificazione dei fornitori di servizi in cloud». Una condizione che può «rivelarsi positiva per aziende quali Alphabet». In tal senso non stupisce come, a detta di Statista, Google Cloud nell’ultimo quarter abbia guadagnato un punto percentuale di quota di mercato. È vero che Aws (nuvola informatica di Amazon) e Azure (cloud del gruppo fondato da Bill Gates) hanno rispettivamente il 32 e 22% di market share, mentre Google Cloud si accontenta dell’11%. Ciononostante, è innegabile che Alphabet – la cui divisione in oggetto nella prima metà del 2023 ha comunque postato un utile operativo di 586 milioni di dollari – abbia lanciato l’ulteriore sfida nella nuvola informatica, mettendo al centro l’Artificial intelligence.

RICAVI E AREE GEOGRAFICHE

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Il mondo della pubblicità

Già, l’Intelligenza artificiale. Questa è protagonista nello stesso business della pubblicità di Alphabet, legato a doppia mandata (oltre alla piattaforma You Tube) all’attività del motore di ricerca Google. In generale, secondo GroupM, l’advertising globale nel 2023, escludendo quello politico negli Usa, dovrebbe espandersi del 5,9%. In particolare per la pubblicità digitale – che rappresenterà sempre nel 2023 oltre il 68% del totale – è atteso un incremento dell’8,4%. Cioè: il tasso di crescita più basso dalla crisi Lehman. «Il trend è comprensibile – spiega Anna Uslenghi, docente di Advertising management alla Bocconi – Da un lato, viste le difficoltà macroeconomiche, la spesa nel comparto diminuisce». Dall’altro, «a fronte dei grandi balzi della pubblicità digitale nel passato, è logica la normalizzazione del settore».

RICAVI E SEGMENTI DI BUSINESS

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In un simile scenario, la domanda è: l’Ai rappresenta un nuovo combustibile per l’advertising, compreso quello di Alphabet? La risposta è articolata. «La presenza dell’Ai nella pubblicità, seppure definita algoritmo avanzato, risale almeno a 10 anni fa» ricorda Uslenghi. Sotto questo aspetto quindi, non essendoci una soluzione di continuità, «un vero di punto di svolta non c’è». Ciò che, invece, apre nuove opportunità è la specificità dell’Intelligenza artificiale generativa. «Qui – afferma Bertelé – può parlarsi di una sorta di fantasia pilotata. La quale, in attività definite quali la pubblicità, permette ottimizzazione del risultato, efficientamento operativo e riduzione dei costi». In altri termini: «consente un migliore ritorno sull’investimento, che piace sia all’inserzionista che ad Alphabet». Di più. «L’uso dell’Ai – rimarca Uslenghi – ha implicato, almeno per le campagne meno importanti e di breve periodo, l’internalizzazione dell’attività di marketing da parte delle società. Di nuovo, grazie a minori costi e scalabilità della tecnologia», un sostegno al business dello “spot” online. Ebbene: proprio tutti questi aspetti, analizzando ai raggi X l’ultima conference call di Alphabet, vengono spesso richiamati dal gruppo quali elementi essenziali nell’offerta di soluzioni per l’advertising (basta pensare a PerfomanceMax). Sono i cosiddetti Ads product che da un lato, per l’appunto, da anni vengono supportati dall’Ai; e dall’altro «vedono circa l’80% degli inserzionisti sfruttare l’Artificial intelligence». Insomma: come per il cloud, l’Ai è una carta importante che Alphabet gioca nella partita della pubblicità.

UTILE OPERATIVO E SEGMENTI DI BUSINESS

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Ma non è solo questione di cloud o pubblicità. Altro tema è il motore di ricerca. Qui vari esperti sottolineano come l’Intelligenza artificiale sia una minaccia al regno della grande «G». In che modo? Essenzialmente sotto due aspetti. Il primo è che App quali ChatGPT, che sta velocemente diventando un ecosistema tecnologico, possono in molti casi sostituirsi ai search engine. Il secondo invece è che, “addizionati” dalla stessa Artificial intelligence, i concorrenti di Google (ad esempio Bing di Microsoft) possono recuperare quote di mercato. Sia chiaro: rispetto al secondo fronte, la grande «G» ha la market share di oltre il 90%. Quindi la sfida è quantomeno sul lungo periodo. Inoltre: Alphabet non sta a guardare. Basta, in tal senso, ricordare il motore di ricerca sostenuto dall’Ai generativa, chiamato “Search generative experience”. «Ciò detto, però – osserva Bertelè – si aprono comunque, per la concorrenza, spiragli finora impensati». Con riferimento invece al primo fronte il discorso è diverso. «In linea teorica – afferma sempre l’esperto – un’Intelligenza artificiale che nell’immediato rispondesse perfettamente ai quesiti degli utenti obbligherebbe a profondi cambiamenti i modelli di business quali quello di Google». Questo attualmente non avviene. E tuttavia la possibilità di un’erosione dell’attività di Alphabet esiste.

Già, l’attività. Quali, allora, le dinamiche di conto economico? Sul lungo periodo i ricavi rettificati sono, secondo il terminale Bloomberg, saliti di anno in anno. Nel 2010 erano 29,3 miliardi di dollari e lo scorso esercizio sono arrivati a 289,5 miliardi. L’utile netto adjusted, dal canto suo, è progressivamente salito da 8,38 miliardi nel 2010 a 67,6 nel 2021. L’anno scorso, invece, c’è stata la discesa: i profitti sono risultati 64 miliardi. Con riferimento, infine, all’Ebitda margin rettificato si assiste ad un calo tra il 2010 (40,2%) e il 2014 (33,1%). Di lì in poi, invece, l’indicatore viaggia nella forchetta compresa tra circa il 30 e il 33%. Ciò considerato – riguardo al profilo qualitativo dei ricavi – oltre al già citato aumento del cloud va sottolineato che la pubblicità (negli ultimi 4 anni) ha ridotto l’incidenza sul fatturato consolidato. Il segno della volontà, da parte di Alphabet, di diversificare il business. Quel business il quale, oggetto di miliardarie multe ed investigazioni per supposta violazione della concorrenza in Europa e negli Usa – che l’azienda ha sempre negato ed appellato – ha implicato una certa dinamica del titolo in Borsa. Un trend che può sommariamente analizzarsi usando il p/e. Per il terminale Bloomberg, l’indicatore del 2022 (18,14) è il più basso dal 2010 in poi. Il prospettico sul 2023, invece, è superiore (22,28), seppure all’interno del canale costituito dai valori massimi, e minimi, degli ultimi 13 esercizi.

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