Amori, canzoni e nobili tenzoni
di Claudio Giunta
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La lirica italiana del tardo Medioevo è per lo più così formulare e ridondante, così devota al modello di Petrarca, da scoraggiare la monografia. Un ipotetico Saggio sulla poesia di Alessandro Braccesi (è il nome di uno dei nostri quattrocentisti minori) non è un libro che venga voglia di leggere, ed è un libro che forse non avrebbe senso scrivere. Ma proprio la formularità e la ridondanza spiegano perché possono essere interessanti quegli studi che anziché indugiare sugli alberi provano a descrivere la foresta. L’Atlante dei canzonieri in volgare del Quattrocento (ACAV) è questa descrizione. Due tra i nostri migliori specialisti, Andrea Comboni e Tiziano Zanato, hanno chiesto a una sessantina di studiosi di presentare sinteticamente i canzonieri dei principali poeti volgari del Quattocento (un centinaio in tutto): le 770 pagine grande formato dell’ACAV sono il frutto di questo lavoro d’équipe.
A che serve un libro del genere? In sostanza a due cose. In primo luogo a dare una mappa. Chiunque vorrà ora leggere e studiare i poeti di cui si parla nell’ACAV troverà qui tutti i dati che gli servono per avviare la sua ricerca. Può sembrare poco ma invece è moltissimo: perché questi dati, reperiti nei manoscritti e nelle stampe antiche, sono poi spesso dispersi in opuscoli, miscellanee, riviste molto difficili da reperire, soprattutto per chi non possa contare sulla biblioteca storica di una grande città. E c'è da aggiungere questo: perfettamente informati sullo stato dei lavori nel campo della lirica del Quattrocento, Comboni e Zanato hanno affidato quasi sempre le voci del volume a coloro che hanno curato l’edizione critica dei poeti in questione, oppure a coloro che a quell’edizione stanno lavorando. Conseguenza: quella che i vari autori offrono al lettore non è soltanto la sintesi del già noto bensì la sintesi del già noto più una messe di informazioni inedite, che qui trovano la loro prima sistemazione.
In secondo luogo, la somma di monografie che è l’ACAV serve a mettere in luce dei rapporti. Ogni scheda relativa a un autore si divide in una ventina di paragrafi fissi, funzionali a una descrizione quanto più possibile omogenea dei diversi corpora. Tra l’altro: si indica il titolo del canzoniere, se il canzoniere ne ha uno; si danno dei cenni sulla storia della tradizione testuale; si fissano i tempi di composizione; si descrive la consistenza del canzoniere (quanti testi, quali generi metrici); si citano il primo e l’ultimo testo del canzoniere, se esso ha un inizio e una fine riconoscibili; se ne descrive la struttura interna, cioè si riflette sul modo in cui è costruito, e si cerca di capire in che misura nella costruzione vada cercata l’impronta dell’autore; se il canzoniere narra una storia (come, in certa misura, accade nei Fragmenta di Petrarca), si cerca di misurare la durata nel tempo di questa storia; si descrive il modo in cui l’io poetico e il “tu” a cui l’io poetico si rivolge sono caratterizzati. Eccetera. Insomma: una descrizione ampia, dettagliata, attenta tanto alla forma dei testi quanto al loro contenuto (la cosa va sottolineata, perché gli studi sulla poesia antica scontano spesso un certo formalismo: qui no, ai curatori sembra interessare anche ciò che i testi dicono, non solo il modo in cui sono fatti).
Ebbene, si può leggere questo libro verticalmente, dalla A di Francesco Accolti alla V di Gasparo Visconti. Ma un modo molto più stimolante (vi ha accennato Claudio Vela durante una presentazione pubblica del volume) è leggerlo orizzontalmente, cioè riflettere per esempio sul diverso grado di fedeltà con cui i poeti, dal tardo Trecento al primo Cinquecento, hanno imitato i generi metrici che trovavano nei Fragmenta petrarcheschi; oppure ragionare sul modo in cui questi poeti hanno interpretato una delle novità della lirica petrarchesca, la novità più funzionale al racconto dell’esperienza amorosa, alla sua disposizione nel tempo, cioè i testi d’anniversario; o infine vedere (leggendo in sequenza le rubriche relative ai «Contenuti non amorosi») quanto spesso i poeti di quest’epoca parlano di argomenti che non sono l’amore.
Due esempi concreti, per capirsi meglio. Molta poesia medievale è poesia di corrispondenza, o di tenzone, nel senso che un sonetto veniva inviato dal poeta X al poeta Y, il quale rispondeva adoperando di solito le stesse rime del sonetto missivo e sollecitando a sua volta una replica, e così via, per sequenze anche molto lunghe di testi a botta e risposta. Le voci dell’ACAV hanno un paragrafo dedicato ai «Testi con destinatari storici», e questi paragrafi, letti in serie, possono dare indicazioni interessanti su come i poeti, dopo Petrarca, hanno adoperato i versi per rivolgersi a persone in carne e ossa, come oggi si farebbe attraverso una lettera o una e-mail. Ma è solo un punto di avvio. In una ricerca più ampia ci si potrebbe chiedere se e in che modo i canzonieri qui descritti integrano i testi di corrispondenza (all’interno della serie principale? In una sezione apposita, dopo quella principale? Con un apparato di didascalie che indica l’occasione in cui i testi vennero scritti, e a chi erano rivolti?), o se questi testi hanno seguito una tradizione diversa; e se trasmettono le tenzoni nella loro integrità, cioè se riproducono anche i testi dei corrispondenti. Su questi aspetti diciamo relazionali l’ACAV non dice tutto, ma indica la strada, offre il materiale che altri potranno sfruttare, completare, interpretare.

