Dati a valore

Auto, il mercato italiano tocca quota 47 miliardi nel 2024 e il prezzo medio arriva a 30mila euro

Nonostante le immatricolazioni in calo, il fatturato cresce a valori record e le autovetture costano sempre di più

di Pier Luigi del Viscovo

Auto, trend positivo per il mercato dell'usato

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Mai gli italiani avevano speso tanti soldi per comprarsi nuove auto. Il 2024 ha chiuso a oltre 47 miliardi di euro, una cifra mai toccata prima, in crescita di oltre 2 punti sul 2023, secondo le prime stime del Centro Studi Fleet&Mobility. Questi i valori, nonostante i volumi di vendita abbiano registrato una variazione di 1 punto ma col segno meno.

Così il prezzo medio delle auto immatricolate nel Bel Paese ha toccato i 30.000 euro, oltre mille euro sopra il livello già alto del 2023. L’aumento vertiginoso rispetto ai 21.000 dell’anno pre-Covid è stato causato soprattutto dall’incremento dei listini e dalla diminuzione degli sconti. Insomma, la politica industriale e commerciale delle Case è passata da “far girare le fabbriche è l’unica cosa che conta” a “sotto un certo margine l’auto manco la produciamo”. E quali erano le macchine il cui margine era insufficiente nel conto economico dei produttori? Ma ovvio: le piccole citycar.

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Sfortunatamente, le leggi dell’economia sono rimaste invariate: se i prezzi salgono i volumi scendono. Infatti negli anni il segmento delle auto entro i 14.000 euro di listino, che valeva il 7% delle vendite, è scomparso; quelle fino a 20.000 euro valevano il 36% del mercato e adesso sono al 20 per cento.

Avendo preferito i margini ai volumi, pensare che le immatricolazioni possano tornare ai livelli pre-Covid è solo una fantasia, nel senso letterale di cosa irrealizzabile. Pensare invece che possano essere i contribuenti italiani a calmierare questi prezzi con gli incentivi ha dentro un qualcosa di perverso.

In termini di marketing, è lecito affermare che i costruttori abbiano cambiato il posizionamento dell’auto da quasi-commodity, che cambi dopo tre/quattro anni senza pensarci tanto, a spesa-importante, che valuti bene e magari tieni più a lungo, come gli italiani stanno già facendo da alcuni anni. In verità, quest’importanza era sempre stata rivendicata a parole, ma smentita dai fatti commerciali, che spingevano a più non posso affinché si producessero e immatricolassero quante più vetture possibile, in ossequio alle fabbriche che dovevano girare per tenere bassi i costi unitari. Un circolo vizioso che spingendo i prezzi sempre più verso il basso otteneva lo svilimento del prodotto e il distacco del cliente da esso: quello che paghi poco vale poco.

Ancora oggi si legge spesso che coi cinesi si debba competere sul prezzo. Incomprensibile, essendo la leva più debole per gli europei e più forte per loro. Purtroppo, i costruttori europei sono timorosi nel promuovere le caratteristiche del prodotto, un po’ per non offendere il partito anti-auto e un po’ perché l’unico valore che offrono è “zero emissioni”. Ma se non ci credono loro, al prodotto che fanno, come potranno mai crederci i clienti?

 

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