Lettera al risparmiatore

Azimut, Borse volatili e tassi a zero? È l’ora dell’investimento alternativo

Il target è almeno 10 miliardi di masse gestite negli investimenti alternativi nel 2024. L’espansione estera crea rischi sulla qualità delle masse: l’istituto ribatte che la due diligence nell’M&A e i controlli continui limitano il pericolo

di Vittorio Carlini

(Imagoeconomica)

6' min read

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In primis c’è la volatilità delle Borse. Certo: il Vix, dagli oltre 82 punti del marzo scorso, è calato. E, tuttavia, resta su livelli strutturalmente più alti rispetto a quelli antecedenti allo scoppio della pandemia. Il che, unitamente all’incertezza sul futuro dovuta alla crisi economico-sanitaria, non invoglia troppo il risparmiatore ad esporsi sull’azionario.

Poi, non da quest’anno, ci sono i tassi rasoterra (o negativi) del mondo delle obbligazioni. Infine, seppure molti sottolineino che la “droga” monetaria della Banche centrali resterà nel tempo, c’è il nodo dei multipli di Borsa non certo a sconto. In un simile habitat è chiaro che la tradizionale asset allocation deve essere aggiornata. Per questo molte istituzioni finanziarie guardano con sempre maggiore attenzione ai cosiddetti investimenti alternativi: dalle azioni e bond di società non quotate all’immobiliare fino alle infrastrutture. Tra i gruppi interessati a simili asset ci sono le società del risparmio gestito. Compresa Azimut, di cui la “Lettera al risparmiatore” ha sentito i vertici. È vero! Il gruppo, da una parte, resta focalizzato su prodotti “tradizionali” quali, ad esempio, fondi azionari o assicurativi; e, dall’altro, non è da oggi che punta sugli asset alternativi. Ciò detto, però, è innegabile la spinta su questo settore.

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La spinta sugli alternativi

Per rendersene conto basta guardare alle recenti indicazioni pubblicate dal gruppo. Al 30 novembre scorso le Masse under Management (AuM) negli alternativi erano 2 miliardi, raggiungendo così l’obiettivo previsto per fine 2020. Riguardo, invece, al 2024 il target è di arrivare almeno a 10 miliardi in asset alternativi in gestione. Un dato in valore assoluto che, in linea di massima, dovrebbe corrispondere ad almeno il 15% di tutto l’ AuM (sempre nel 2024). Insomma: lo sforzo su questo fronte non è da poco. Già, ma come concretizzarlo? In generale, oltre alla clientela istituzionale, c’è la volontà, all’interno delle regole Mifid riguardanti la profilazione del rischio del risparmiatore, di allargare maggiormente alla clientela retail questi prodotti. Poi c’è l’innovazione di prodotto. Così, ad esempio, nel 2021 è previsto un fondo obbligazionario multi strategy che, nel sottostante, potrà contenere asset legati al direct lending. Una mano, infine, dovrà darla l’articolazione internazionale del gruppo. Vale a dire: l’Italia reciterà il ruolo da protagonista. E però l’estero, in particolare gli Stati Uniti (attraverso la società specializzata nel “private market” Kennedy Lewis), potranno contribuire all’espansione. Al 30 settembre scorso degli 1,9 miliardi di AuM negli alternativi, l’80% è riconducibile al mercato domestico e il restante 20% proprio all’America.

NOVE MESI A CONFRONTO

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Il rischio concorrenza

Tutto facile come bere un bicchiere d’acqua, quindi? La situazione è più complicata. Gli investimenti alternativi sono considerati da tutti i player finanziari come il nuovo Eldorado. Non c'è un, e deve sottolinearsi un, istituto che si dica non interessato al “private market”. Questo implica, da una parte, la forte concorrenza nel settore; e, dall’altra, la possibilità che si creino degli ostacoli sulla strada del raggiungimento degli stessi obiettivi indicati da Azimut. Il gruppo, consapevole del contesto, invita ad un’analisi più attenta. Dapprima, viene affermato, la concorrenza è comunque un dato positivo in sé, perchè induce il miglioramento dell’offerta. Ciò detto la società rimarca che, al di là delle dichiarazioni, sono di fatto pochi gli attori presenti nel settore del “private market” con soluzioni per il retail. Anche perchè, dice sempre Azimut, è difficile industrializzare una proposta sugli alternativi conforme alle norme a tutela del piccolo investitore. Azimut al contrario, riguardo a quest’ultimo tema, rimarca di avere tutte le carte in regola ed essere pronto. In conclusione, quindi, il gruppo sottolinea che ha lo spazio per crescere.

LE COMMISSIONI RICORRENTI

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Il mondo internazionale...

Già, crescere. L’espansione del business, quella internazionale, è stata (ed è) un focus della società. Nella precedente “Lettera al risparmiatore” era stato indicato, per il 2024, l’obiettivo di avere intorno al 35% delle masse fuori dall’Italia. La percentuale, in anticipo sulla tabella di marcia, è stata raggiunta adesso. Non è da escludere quindi che il peso degli asset oltreconfine, per quanto il gruppo possa incrementare le masse domestiche, possa raggiungere livelli maggiori.

...e le acquisizioni

Al di là di ciò, l’obiettivo è stato già centrato anche, e soprattutto, grazie alle acquisizioni. L’espansione per linee esterne ha costituito, da un lato, la leva per sbarcare in nuovi mercati; e, dall’altro, il meccanismo attraverso cui concretizzare una prima fase di consolidamento nei Paesi dove il gruppo era presente. Una strategia che prosegue? La risposta, in linea di massima, è positiva. Tuttavia lo shopping diverrà più opportunistico. Cioè: verranno colte eventuali occasioni laddove si presenteranno. Ma l’espansione sui mercati stranieri dovrà concretizzarsi anche, e soprattutto, per linee interne.

LE MASSE IN GESTIONE

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La redditività oltreconfine

A ben vedere, oltreconfine, tra le priorità c’è un altro aspetto: migliorare la redditività netta delle masse estere. In particolare il target, al 2025, è che la loro contribuzione alla marginalità sia in linea con il peso dell’ AuM internazionale sugli asset globali in gestione. Allo stato attuale non è cosi. Certo: la redditività netta sale dal 2016. E però, da un lato, gli investimenti a sostegno dello sviluppo estero finora hanno schiacciato i margini; e, dall’altro, i volumi (differenti nei vari Stati) non sono ancora tali da consentire le necessarie economie di scala. Il gruppo, però, lavora in tal senso. Paesi quali l’Australia, gli Usa e il Brasile costituiscono i mercati da dove, per le dimensioni raggiunte, la spinta alla redditività potrà arrivare con maggiore forza.

La qualità degli asset

Ciò detto il risparmiatore guarda anche ad altri aspetti. In primis con riferimento all’ M&A, soprattutto a fronte dell’attuale recessione e instabilità dei mercati, esprime un timore: la continua espansione, ed articolazione, internazionale delle masse implica il rischio sul controllo della qualità degli asset. Il che può impattare il business di Azimut. La società rigetta la preoccupazione. Dapprima perchè, seppure spesso il management della realtà acquisenda rimane al suo posto per evitare soluzioni di continuità, il gruppo acquisisce la maggioranza della nuova società. Con il che, è l’indicazione, le strategie di medio-lungo periodo sono impostate da Azimut. Inoltre perchè, dice sempre l’istituto, nella due diligence dell’acquisizione, è effettuata l’analisi delle masse della nuova realtà. Non solo. Da una parte, viene ricordato, anche nei Paesi emergenti il sistema regolatorio è comunque stringente; e, dall’altro, il gruppo si avvale di network locali per effettuare controlli, ad esempio, in materia di riciclaggio. Infine, ricorda la società, esiste un flusso continuo d’informazioni tra Azimut International Holding e le controllate che consente di monitorarne le strategie. A fronte di ciò, il pericolo in oggetto, è considerato limitato.

GLI ASSET ALTERNATIVI IN GESTIONE

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Gli emergenti

Al di là di cio però, più in generale, può ulteriormente obiettarsi che l'articolazione estera di Azimut è anche su mercati a maggiore rischio geopolitico e finanziario. Una situazione che, seppure la società abbia sempre considerato gli “emerging” un'opportunità per la crescita, induce nel risparmiatore la sensazione di un gruppo esposto a maggiori rischi rispetto ai concorrenti italiani. Azimut, nuovamente, non condivide il dubbio. Il modello di business è, viene spiegato, solido in quanto è anche basato sul forte legame delle società operative con la clientela. Una caratteristica che, unita alla presenza dell’asset management in loco, consente di gestire al meglio le situazioni critiche. Inoltre, conclude Azimut, la diversificazione geografica non solo contribuisce ad avere maggiori rendimenti sugli asset. Ma aiuta, anche, a ridurre proprio i rischi.

Italia e prospettive

Fin qui alcune considerazioni su “private market”, M&A e mercati esteri. Quali, invece, le prospettive sull’Italia? Il Belpaese resterà, ancora per un bel po’, il motore reddituale del gruppo. I tassi di crescita domestici, tuttavia, sono inevitabilmente più contenuti di quelli d’oltreconfine. Ciò detto, sul fronte della crescita organica, i bankers reclutati nel 2020 dovrebbero essere 70-80. E la dinamica è prevista proseguire anche nel 2021.

Ritornando all’anno in corso, invece, a livello consolidato il gruppo conferma almeno 300 milioni di utile netto e la raccolta netta in linea con il 2019. Cioè intorno a 4,6 miliardi

DOMANDE & RISPOSTE

D: Al 30/9/2020 la raccolta netta è in rialzo anno su anno. Il dato, però, è ben inferiore a quello del 2017. Il che induce il dubbio sussista un problema su questo fronte...

R: Azimut non condivide il timore. Dapprima perché, viene ricordato, i periodi in oggetto non sono confrontabili. Gli anni 2015,’16,’17 sono stati contraddistinti, da un lato, dal forte reclutamento nel WM in Italia; e, dall’altro, da un intenso M&A. Poi perchè. aggiunge sempre Azimut, nel 2018,’19 e nello stesso attuale esercizio la componente organica della raccolta, che è il termometro dello stato di salute di quest’attività, è in media attorno all’80%. Cioè: una percentuale da considerare soddisfacente.

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