Bce colomba, Fed falco a metà: la mappa delle Banche centrali
Quattro categorie, dal più aggressivo al più prudente, per capire come si muoveranno gli istituti centrali del mondo nella settimana decisiva
di Maximilian Cellino
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I punti chiave
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La tensione sui mercati finanziari è palpabile in questi giorni, e la debolezza mostrata lunedì dalle Borse non contribuisce certo a nasconderla. Quella di metà dicembre è del resto la settimana cruciale per le Banche centrali, con le quattro «big» - mercoledì Federal Reserve Usa, giovedì Bce e Banca d’Inghilterra, venerdì Banca del Giappone - e non soltanto loro chiamate ad assumere decisioni chiave per il futuro e inevitabilmente suscettibili di conseguenze sugli investimenti.
Misure differenti
Quando si parla di Banche centrali si rischia spesso di fare di tutta l’erba un fascio, accomunando le loro politiche monetarie. Di sicuro nel corso del 2022 che sta per iniziare le loro scelte saranno molto meno espansive rispetto a quelle del recente passato poiché parte dell’emergenza Covid è venuta meno e ci sarà anche da affrontare il conseguente ritorno dell’inflazione, la cui natura ancora fatica a essere compresa in pieno. Le differenze sono però sensibili: c’è per esempio chi come il Brasile ha aumentato il costo del denaro dell’1,5% in un colpo solo la scorsa settimana, agendo per la settima volta da inizio anno; chi procede a piccoli passi come Russia e Messico, ma è già almeno al quarto rialzo in questo 2021; chi infine molto probabilmente non metterà mano ai tassi neanche nell’arco dei prossimi 12 mesi.
Per navigare in modo più tranquillo attraverso le acque agitate degli istituti centrali, gli economisti di Allianz Global Investors hanno provato a tracciate una mappa che suddivide gli organismi deputati a guidare la politica monetaria nelle diverse aree del mondo. Quattro sono in particolare le diverse categorie, dalla più aggressiva alla più accomodante, che vanno a ricomporre un’ideale fotografia in modo da immortalare chi sta «davanti» o «dietro la curva», per dirla col gergo del mercato.
Fra gli ipotetici «falchi» non sorprende di incontrare, oltre la Norvegia, in genere Banche centrali che appartengono al mondo emergente. «In queste aree le dinamiche inflazionistiche sono spesso ancora più complesse che nei Paesi più avanzati e in molti casi le decisioni sono esacerbate anche dalla necessità di difende valute più deboli», spiega Ingo Mainert, Cio Multi Asset Europe di Allianz Global Investors. «Ci sono poi Paesi – aggiunge l’economista - come la Corea del Sud dove l’attenzione alla stabilità finanziaria è particolarmente accentuata e spinge ulteriormente verso azioni di politica monetaria restrittive».
Chi ha maggior peso – la Federal Reserve in primo luogo, ma anche la Banca d’Inghilterra - viaggia invece ancora nelle retrovie: si sono cioè date indicazioni che vanno nella direzione di un atteggiamento meno accomodante, ma ancora non si è passati ai fatti. Non per questo però le loro decisioni sono meno al centro dell’attenzione: «Negli Stati Uniti e nel Regno Unito – avverte Mainert - le Banche centrali dovranno diventare più aggressive nella loro stretta monetaria, poiché diventa sempre più ovvio che l’inflazione è un fenomeno più permanente di quanto inizialmente si potesse pensare, soprattutto in un contesto di quasi piena occupazione e quindi di pressione salariale».


