Beatles, il nuovo «Revolver» spiegato canzone per canzone (o quasi)
Torna in tre edizioni diverse il disco in cui i Fab Four divennero «colti». Ecco perché è indispensabile a ciascuna discografia che si rispetti
di Francesco Prisco
«Revolver» traccia per traccia
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A 56 anni di distanza dall’uscita torna Revolver, l’album del definitivo salto di qualità dei Beatles da fenomeno musicale giovanilistico di maggior successo degli anni Sessanta a band «colta», in grado di incrociare linguaggi apparentemente diversi e parlare in maniera trasversale a pubblici molto distanti tra loro. Torna in tre versioni diverse, tra Lp e Cd: Special Edition Super Deluxe (62 tracce), Special Edition Deluxe (29 tracce) e Special Edition Standard (14 tracce). L’artwork è quello originale di Klaus Woorman, il restauro sonoro è affidato a Giles Martin (figlio di cotanto George) che ha già curato le ri-edizioni di Sgt. Pepper, White Album, Abbey Road e Let it Be . Riascoltiamolo insieme traccia per traccia, provando a capire cosa ancora oggi rende unico questo capolavoro della musica del Novecento. Ammesso che sia possibile spiegarlo a parole.
Taxman
Revolver è un disco che spiazza. Sin dalla prima traccia: la scrive e la canta George Harrison, il «Beatle tranquillo», la terza forza, apparentemente latente, del quartetto di Liverpool, dietro alle esuberanze di John Lennon e Paul McCartney. E non parla d’amore ma… di tasse. Taxman, parabola dell’esattore insaziabile che si prende tutti i ricavi della povera rockstar risparmiatrice, è il primo e forse l’unico brano dichiaratamente politico della storia dei Fab Four, un rock sincopato che sfotte laburisti (Mr. Wilson) e conservatori (Mr. Heath). Chi, fino a quel momento, avrebbe mai immaginato un’evoluzione del genere per sound e tematiche di quei placidi ragazzotti del Nord?
Eleanor Rigby
Il pallino del gioco passa rapidamente a McCartney che trova il tempo di inventare il pop da camera: a sostegno della sua voce non ci sono più chitarre, basso e batteria ma violini, viola e violoncello, un quartetto galante magnificamente arrangiato dal producer George Martin, il «grande vecchio» che aveva il compito di dare forma (musicale) alle intuizioni di quei geniali dilettanti. Il testo è un’elegia sulla solitudine: storia della piccola vecchia Eleanor che «raccoglie il riso nella chiesa in cui c’è stato un matrimonio». Il ritornello è un interrogativo che, nei Sixties dell’amore libero collettivo, doveva apparire irrisolvibile: «Tutta la gente sola da dove viene?». Il «making of» con Martin che arrangia gli archi è un cult assoluto.
I’m only sleeping
Lennon fa la sua prima mossa e, ancora una volta, è una mossa che non ti aspetti: una ballad acustica dissonante al punto giusto sulla sua proverbiale pigrizia. Non è ancora il «dreamer» di Imagine, ma sta già dormendo, anzi, sta «soltanto dormendo», mentre il mondo del «produci, consuma, crepa» ruota vorticosamente attorno a lui. «Tutti sembrano pensare che io sia pigro/ Non m’importa: penso che siano pazzi». Memorabile l’ipnotico riff di basso di Paul.
Love you to
Riecco George, non è ancora andato in India con i suoi tre sodali, ma l’India è vicina eccome: Love you to ha struttura, arrangiamento e strumentazione (sitar, tabla e tambura, ragazzi!) della musica popolare del subcontinente himalayano. Uno schema che, di lì in poi, vedremo spesso nel songbook di Harrison. Siamo negli anni Sessanta, il concetto di world music non esiste ancora ma i Fab ci arrivano lo stesso. Come Colombo che arrivò in America prima che il mondo sapesse cos’era l’America. Stavolta possiamo ascoltarla in versione demo chitarra acustica e voce.


