Bella Freud: «Gli abiti sono talismani che parlano di noi»
Intervista con la designer autrice del podcast “Fashion Neurosis”, con cui parla di abiti con protagonisti dell’industria come Rick Owens e Kate Moss ma anche autori come Zadie Smith e Nick Cave
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Mai si è parlato di moda come oggi: dalle teorie complottiste ai sociologismi spicci alle previsioni di scenari fantastici, l’attività di elucubrazione intorno a questo soggetto proteiforme, pervasivo e affascinante è in pieno fermento.
Il ribollire dei pensieri si estende dal mondo accademico, laddove i fashion studies stanno vivendo una fase di travolgente intensità, ai social media, terreno fertile dell’eterno battibeccare - senza molto concludere - contemporaneo. Fuori dall’accademia, dove comunque la moda assurge ad una sorta di magnifica astrazione, il livello del pensiero è purtroppo alquanto prevedibile. Oscilla dai pettegolezzi alla lookologia ai tentativi disperati di intellettualizzazione, quasi che i vestiti in quanto abiti fossero qualcosa di poco degno, di cui vergognarsi quando si vuol invece discettare di massimi sistemi.
Di rado, forse perché difficile da verbalizzare fino al limite dell’incomunicabilità, si esplora il legame tenace e spontaneo che intercorre tra psicologia, rappresentazione di sé e gesto quotidiano dell’abbigliarsi: una traiettoria che carica i vestiti di un potere assoluto, senza negare la loro immediatezza di oggetti atti a coprire il corpo e, sovente, ad essere cambiati, gettati o semplicemente dimenticati molto presto. Frivolezza e profondità, insomma, sono caratteri definenti della moda, che tanto più pesa quanto più è sventata, sciocca, frivola.
Colma questa lacuna, inserendosi con puntuale leggerezza e non poca originalità nel dibattito contemporaneo, il podcast Fashion Neurosis, nel quale Bella Freud conversa di abiti, nonché delle gioie, ossessioni e paturnie ad essi legati, con un varietà di personaggi, della moda così come del cinema, dell’arte, della letteratura.
Le puntate finora pubblicate su Spotify hanno visto alternarsi sul divano di velluto giallo, sotto un magnifico dipinto di Francis Bacon, i designer Rick Owens e Jonathan Anderson, la star del calcio Eric Cantona, la scrittrice Zadie Smith, la modella Kate Moss, i musicisti Kim Gordon e Nick Cave: una lista eclettica, riflesso di connessioni ampie e trasversali, per nulla relegate all’angustia del mondo fashion. Bella Freud, che di Sigmund, il padre della psicanalisi, è pronipote, essendo figlia del pittore Lucian Freud, gioca sottilmente con il lignaggio familiare. Le interviste, in formato video, sembrano infatti una seduta dallo strizzacervelli: identico è il tono di confidenza nuda e assenza di giudizio; uguale l’argomentare rapsodico. Si svolgono nel soggiorno della casa londinese di Freud: Bella in poltrona, gli ospiti sdraiati sul divano, ripresi dall’alto. L’assenza di contatto visivo tra intervistato e intervistatore fluidifica l’abbattimento delle barriere, mentre l’atteggiamento di lei, sempre pronto ad intrecciare agli scambi le proprie di confidenze e notazioni, crea un senso di intimità.

