Bella Freud: «Gli abiti sono talismani che parlano di noi»

Intervista con la designer autrice del podcast “Fashion Neurosis”, con cui parla di abiti con protagonisti dell’industria come Rick Owens e Kate Moss ma anche autori come Zadie Smith e Nick Cave

4' min read

4' min read

Mai si è parlato di moda come oggi: dalle teorie complottiste ai sociologismi spicci alle previsioni di scenari fantastici, l’attività di elucubrazione intorno a questo soggetto proteiforme, pervasivo e affascinante è in pieno fermento.

Il ribollire dei pensieri si estende dal mondo accademico, laddove i fashion studies stanno vivendo una fase di travolgente intensità, ai social media, terreno fertile dell’eterno battibeccare - senza molto concludere - contemporaneo. Fuori dall’accademia, dove comunque la moda assurge ad una sorta di magnifica astrazione, il livello del pensiero è purtroppo alquanto prevedibile. Oscilla dai pettegolezzi alla lookologia ai tentativi disperati di intellettualizzazione, quasi che i vestiti in quanto abiti fossero qualcosa di poco degno, di cui vergognarsi quando si vuol invece discettare di massimi sistemi.

Loading...

Di rado, forse perché difficile da verbalizzare fino al limite dell’incomunicabilità, si esplora il legame tenace e spontaneo che intercorre tra psicologia, rappresentazione di sé e gesto quotidiano dell’abbigliarsi: una traiettoria che carica i vestiti di un potere assoluto, senza negare la loro immediatezza di oggetti atti a coprire il corpo e, sovente, ad essere cambiati, gettati o semplicemente dimenticati molto presto. Frivolezza e profondità, insomma, sono caratteri definenti della moda, che tanto più pesa quanto più è sventata, sciocca, frivola.

Colma questa lacuna, inserendosi con puntuale leggerezza e non poca originalità nel dibattito contemporaneo, il podcast Fashion Neurosis, nel quale Bella Freud conversa di abiti, nonché delle gioie, ossessioni e paturnie ad essi legati, con un varietà di personaggi, della moda così come del cinema, dell’arte, della letteratura.

Le puntate finora pubblicate su Spotify hanno visto alternarsi sul divano di velluto giallo, sotto un magnifico dipinto di Francis Bacon, i designer Rick Owens e Jonathan Anderson, la star del calcio Eric Cantona, la scrittrice Zadie Smith, la modella Kate Moss, i musicisti Kim Gordon e Nick Cave: una lista eclettica, riflesso di connessioni ampie e trasversali, per nulla relegate all’angustia del mondo fashion. Bella Freud, che di Sigmund, il padre della psicanalisi, è pronipote, essendo figlia del pittore Lucian Freud, gioca sottilmente con il lignaggio familiare. Le interviste, in formato video, sembrano infatti una seduta dallo strizzacervelli: identico è il tono di confidenza nuda e assenza di giudizio; uguale l’argomentare rapsodico. Si svolgono nel soggiorno della casa londinese di Freud: Bella in poltrona, gli ospiti sdraiati sul divano, ripresi dall’alto. L’assenza di contatto visivo tra intervistato e intervistatore fluidifica l’abbattimento delle barriere, mentre l’atteggiamento di lei, sempre pronto ad intrecciare agli scambi le proprie di confidenze e notazioni, crea un senso di intimità.

«Ho cominciato a pensare a questo podcast nel 2020, poco prima del lockdown, facendo poi esperimenti nei mesi del confino - racconta via Teams, sullo sfondo il divano giallo -. Ci è voluto molto tempo per trovare il giusto equilibrio di tutte le componenti. Ho in fine ripreso le prime puntate nella primavera di quest’anno». Bella Freud non è una giornalista, men che mai una psicanalista, ma una stilista di moda. Dal 1990 anima il marchio che porta il suo nome, noto per il logo, disegnato dal padre in forma di levriero con la lingua fuori, per il tailoring asciutto dal sapore di Swinging London, per i maglioni pieni di humor. Il suo modo molto personale di vivere la moda è chiaramente il portato di un dialogo intimo con i vestiti, filtrato da uno sguardo curioso ed eclettico. Il ricordo del padre Lucian, personaggio memorabile e pittore dalla mano finissima, affiora spesso. «Posavo di frequente per lui, e ho sempre guardato con grande interesse al suo modo di presentarsi - racconta -. Quando era in studio, portava dei pantaloni da chef ed era sempre pieno di macchie: andando in strada difficilmente i tassisti lo caricavano. Quando invece indossava i suoi suit di flanella realizzati a Savile Row con le camicie fatte a mano, diventava un altro, ma si percepiva la tensione tra la formalità dell’abito e la ribellione della personalità».

Quel che rende Fashion Neurosis pungente e penetrante è la capacità di toccare esattamente queste sfumature, scavando nelle emozioni per schivare algidi intellettualismi. Le conversazioni si aprono sempre con la stessa domanda - «Cosa indossi oggi, e perché?» - e da lì si dipanano memorie, digressioni, ricordi, frustrazioni. «Ho notato e continuo a notare, in generale, che le donne sono molto più abituate degli uomini a parlare di abiti tra di loro, ma gli uomini hanno tutti una grande consapevolezza del proprio apparire. Scegliere di indossare quel che indossiamo è in ogni caso un messaggio, anche quando il gesto è apparentemente casuale».

Nel podcast emerge, forte, il potere talismanico che gli abiti hanno, soprattutto se associati a certi momenti della vita. Che siano le scarpe con il cinturino alla caviglia bramate da Kate Moss a dieci anni o i jeans scampanati di Rick Owens adolescente, la spinta alla base è sempre la stessa: la convinzione che i vestiti ci possano trasformare nella versione migliore di noi, o magari in quella più sicura e attraente. Fashion Neurosis è ancora in corso di pubblicazione e virtualmente potrebbe andare avanti per lungo tempo. Conclude Freud: «Il messaggio ultimo è che gli abiti significano tanto, anche se alla fine sono solo vestiti».

Copyright reserved ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti