Ricchezza e sostenibilità

Benessere sostenibile, il Pil pro-capite non sempre è sinonimo di felicità

Bene Finlandia e Danimarca: Pil e benessere vanno di pari passo. Anche Bulgaria e Romania, nonostante il basso Pil, sono a un buon livello di qualità della vita. Il rapporto di Joint Research Centre

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I soldi fanno la felicità... ma non sono tutto. In Europa, i Paesi con il Pil pro capite più elevato sono tendenzialmente anche quelli con il più alto indice di benessere sostenibile e inclusivo: Svezia e Finlandia su tutti, e poi Danimarca, Austria e Paesi Bassi. Ci sono però delle eccezioni considerevoli. Stati come la Bulgaria e la Romania rientrano nel 12,5% più basso degli Stati europei per Pil pro capite; ma sono esattamente al capo opposto della classifica per gli altri aspetti della qualità della vita, ovvero nel migliore 12,5 per cento.

L’Italia? Ha un alto tasso di ricchezza pro-capite, ma si colloca molto in basso per alcuni aspetti specifici del wellbeing: l’inclusività e la qualità delle istituzioni e della governance sono peggiori rispetto al 62,5% degli altri Paesi.

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Sono queste alcune tra le conclusioni del rapporto “Misurare il benessere sostenibile e inclusivo per il Paesi europei e l’UE”, realizzato dal Joint Research Centre (Jrc) della Commissione europea. Si tratta del primo studio comprensivo che mira ad andare oltre il Pil come indicatore principale del benessere di un Paese, catturando tutti gli aspetti della qualità della vita su un periodo di oltre 10 anni, dal 2011 al 2022.

L’analisi

Il report è firmato da ricercatori di diversi Paesi e annovera tra gli autori anche Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis). L’indagine analizza più di 150 indicatori, con un sottoinsieme di 50 fattori chiave, sintetizzandoli infine in un indice onnicomprensivo: il Sustainable and inclusive wellbeing (Siwb) index.

Le componenti principali di questa cornice teorica possono essere suddivise in sei macro-ambiti: il benessere odierno (ovvero, la qualità della vita di cui godono oggi i cittadini dei vari Stati membri dell’Ue); la sostenibilità sociale ed economica; la natura e la sostenibilità ambientale; l’inclusività; la competenza e la qualità delle istituzioni locali; e il benessere futuro, che cerca di prevedere come varieranno queste misure in futuro.

I risultati chiave

I risultati confermano che, certo, il Pil è importante per la qualità della vita, ma esaminando nel dettaglio altri fattori materiali appaiono fotografie più contrastate. Ad esempio, Danimarca, Irlanda, Paesi Bassi e Austria godono di una buona ricchezza individuale e al tempo stesso mostrano indicatori Siwb più alti della media in quasi tutte le voci. Eppure, sono tra i peggiori performer in Europa per la voce “ricadute internazionali”, che indica l’impatto ambientale e sociale delle attività nazionali su Paesi esteri. In altre parole, parte del loro benessere va a scapito di quello di altri Stati.

Al contrario, Romania, Bulgaria, Ungheria, Polonia e Slovacchia registrano indici Siwb sostanzialmente più alto rispetto alla posizione percentile del loro Pil in Europa. Ci sono poi degli evidenti casi di trade-off tra sviluppo economico e sostenibilità. Grecia e Spagna, ad esempio, registrano punteggi molto bassi alla voce “benessere odierno”, pur trovandosi a metà della distribuzione del Pil pro-capite.

Il caso Italia

Un intero capitolo dello studio condotto dal Jrc è dedicato proprio all’Italia, presa come caso esemplare per mostrare le sfumature delle tante voci di cui è composto l’indice. Andando a osservarle da più vicino, si nota che l’Italia si colloca significativamente al di sotto della media UE nei settori dell’inclusività e della qualità istituzionale. La situazione italiana è molto peggiore rispetto alla media europea soprattutto sul fronte il divario occupazionale di genere e della disuguaglianza di reddito. Alla voce che valuta le istituzioni, l’Italia si colloca all’ultimo posto nella distribuzione in termini di Stato di diritto e qualità normativa.

La situazione è comunque cambiata dal 2011 and 2022, fortunatamente in meglio. «Nella scorsa decade, l’Italia ha significativamente aumentato il livello di “benessere odierno”, che ha registrato un aumento prominente dal 2015 in poi», si legge nello studio, che evidenzia una crescita dell’indice del +150% nel periodo. La maggior parte degli indicatori di questo componente ha mostrato un trend al rialzo, e in particolare sono aumentate le voci collegate alla “fiducia nelle istituzioni nazionali” e alla “frequenza dei contatti con amici e famiglie”.

Bene anche gli indicatori “natura” e “resilienza sociale”, che sono aumentati rispettivamente del +40% e +50% circa nel periodo considerato, con dei picchi dopo la pandemia del 2020. In controtendenza invece le “risorse per il futuro”, che sono leggermente diminuite, ritornando nel 2022 agli stessi livelli del 2011.

Serve un approccio integrato

In sintesi, il rapporto evidenzia la necessità di un approccio integrato alle politiche nazionali e Ue. Se l’obiettivo è il benessere, perseguire soltanto la crescita economica a sé stante non basta, e in alcuni casi può essere controproduttivo. Comprendere il compromesso tra sviluppo e sostenibilità, tra benessere odierno e benessere futuro, e anche tra le singole voci del wellbeing, conclude il report «può essere il punto di partenza importante per applicare una prospettiva di lungo periodo alle politiche di equità intergenerazionale».

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