Medio Oriente

Biennale di Sharjah 2025: l’arte come testimone del cambiamento

Tra memoria e contemporaneità, oltre 650 opere esplorano le trasformazioni globali e il ruolo della cultura nella costruzione di nuovi futuri

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La 16ª edizione della Biennale di Sharjah, SB16, intitolata «to carry» (in programma dal 6 febbraio al 15 giugno), prende il via all’indomani della controversa proposta di Donald Trump per la risoluzione del conflitto nella Striscia di Gaza. Nel suo discorso di apertura, Sheikha Hoor Al Qasimi, presidente e direttrice della Sharjah Art Foundation – l’ente organizzatore della biennale – ha sottolineato come l’evento rappresenti una celebrazione della diversità culturale e un momento di solidarietà internazionale. “La Biennale ha esordito nell’aprile del 1993, 32 anni fa, diventando la più longeva della regione. Nel corso del tempo è cresciuta, ottenendo un notevole successo e una reputazione solida, sia a livello regionale che internazionale”, ha dichiarato Al Qasimi. Prima di concludere, ha invitato il pubblico a riflettere sulle difficoltà di chi vive in contesti meno fortunati, lanciando un appello alla solidarietà: “Vorrei chiedere a tutti di non dimenticare le popolazioni della Palestina, del Libano, del Sudan, del Congo, dell’Armenia e di tutte le altre parti del mondo dove le persone soffrono. Dobbiamo sostenerci a vicenda e, con la nostra solidarietà, pregare e sperare in un futuro migliore e in una Palestina libera” ha concluso Sheikha Hoor Al Qasimi.

Il tema curatoriale

Incentrata sui temi dello spostamento, del viaggio e della precarietà della permanenza, la 16ª edizione della Sharjah Biennial si apre con una riflessione su ciò che portiamo con noi come individui: ricordi, storie, ferite. Il titolo, essendo un verbo, suggerisce un’azione continua, un processo di evoluzione e trasformazione. Attorno a questo concetto hanno lavorato cinque curatrici – Alia Swastika, Amal Khalaf, Megan Tamati-Quennell, Natasha Ginwala e Zeynep Oz – ognuna con un approccio e un background differenti. Le loro ricerche esplorano il ruolo della narrazione nell’apprendimento collettivo, nell’attivismo e nell’analisi dei sistemi sociali ed economici, contribuendo così a plasmare la biennale con prospettive distinte all’interno del tema centrale.

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L’esposizione raccoglie oltre 650 opere di circa 200 artisti, con più di 200 nuove commissioni sostenute dalla Sharjah Art Foundation. Ogni opera racconta una storia personale: alcune riflettono esperienze di migrazione o episodi storici dimenticati, altre reinterpretano usanze e tradizioni secolari con uno sguardo innovativo. I progetti curatoriali si intrecciano nell’intera mostra, dando vita a costellazioni ibride in continua trasformazione. Le opere della Biennale sono accompagnate da un ricco programma di attivazioni, performance, musica e proiezioni cinematografiche, distribuite in oltre 17 sedi nell’Emirato di Sharjah, tra cui Sharjah City, Al Hamriyah, Al Dhaid e Kalba. Alcuni di questi spazi, sottratti allo sviluppo residenziale, sono stati riconvertiti in centri dedicati all’arte, mentre altri, dopo importanti interventi di restauro, ospitano le installazioni più monumentali.

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La presenza italiana

Tre gli artisti italiani presenti, Adelisa Husni-Bey, Rossella Biscotti e Rafaela Naldi Rossano. Tutte e tre le artiste hanno partecipato a diverse manifestazioni internazionali. Il progetto «Adaptability (Like a Flood)» di Adelita Husni-Bey è stato sostenuto economicamente oltre dalla Sharjah Art Foundation anche dall’Italian Council edizione 13. Nel complesso il progetto presentava un costo complessivo di 228mila euro in parte coperto dall’Italian Council per un ammontare di 143mila euro. In seguito il lavoro sarà destinato al Museo delle Civiltà di Roma. In questo nuovo lavoro, «Like a Flood», 2025, Husni-Bey riflette sul fallimento delle infrastrutture idriche libiche, sul continuo impatto dell’estrazione durante la colonizzazione italiana e sul concetto di adattabilità al clima (lavora con La Veronica, Modica). Rossella Biscotti, che ha partecipato alla seconda edizione alla Biennale di Dyiriah nel 2024, presenta l’installazione «Saturated Salty Mud Stories», 2025 che riunisce tre diversi corpi di lavoro in un’unica composizione spaziale. «Circulations» (2024-2025) riflette sull’economia energetica degli Emirati Arabi Uniti, trasformando frammenti di oleodotti e gasdotti in monumentali sculture tentacolari. «Oil Vessels – Time Smuggling Geometry» (2025) presenta, invece, due sculture in vetro ispirate agli antichi recipienti islamici per olio e profumi. Infine, la serie «Sand Portables» (2025) richiama processi e scambi alchemici. Per questo progetto, Biscotti (lavora con Mor Charpentier, Parigi e Bogota, e Green art gallery, Dubai) ha condotto esperimenti con ceramiche e smalti, sviluppati in collaborazione con la ceramista franco-palestinese Maia Beyrouti, utilizzando materiali in parte raccolti direttamente a Sharjah. «Tentacular Bed» dell’artista multidisciplinare Raffaela Naldi Rossano è una piattaforma scultorea costituita da un arcipelago di frammenti che formano un letto sovradimensionato composto da diverse parti che possono essere liberamente assemblate e separate in infiniti modi. Il progetto, iniziato nel 2022, è dedicato al desiderio di realizzare un letto collettivo, come casa trasportabile e strumento di dichiarazione di voci (l’artista al momento non ha una galleria e i prezzi delle sue opere oscillano tra 5 e 75mila euro).

Artisti e commissioni

Tra gli artisti invitati, molti hanno già partecipato negli ultimi anni ad altre importanti biennali, da Gwangju a Venezia, fino alle più recenti edizioni in Arabia Saudita. Lo spirito della Biennale di Sharjah e gran parte delle commissioni presenti provengono da artisti indigeni, molti dei quali vivono nel Sud del mondo. Come testimoni delle ingiustizie e del collasso ambientale i temi presentati a Sharjah sono in parte già affrontati nelle citate biennali. Le opere intrecciano tecnologia e tradizioni, affrontando anche quei temi oggi più urgenti che mai, in un’epoca segnata da disastri ecologici e dalla cancellazione culturale. Le installazioni in vetro di Yhonnie Scarce evocano nuvole di pioggia radioattiva, un forte richiamo agli esperimenti nucleari nelle terre degli indigeni australiani. Alia Farid condivide due opere basate sulla sua ricerca pluriennale sulle antiche comunità di zone umide nelle paludi meridionali dell’Iraq, che sono state colpite dalle conseguenze della guerra e delle industrie petrolifere. L’installazione di Luana Vitra, tratta dalla storia personale dell’artista, cresciuta in uno stato minerario del Brasile, ci invita a immaginare un futuro privo di sfruttamento minerario. Le macchie di grano e le sculture cinetiche di Risham Syed intrecciano le pratiche tradizionali delle cucine comunitarie, i cicli del raccolto e la filosofia Sikh nel contesto della crisi planetaria della fame e dell’insicurezza alimentare. Betty Adii utilizza pigmenti naturali provenienti dalla foresta della sua terra natale, la Papua, che sta affrontando le minacce di una calamitosa deforestazione, mentre il compositore Septina Layan risponde al lavoro di Betty Adii con voci di lamento ed eseguirà il lamento durante la settimana di apertura della Kalba Ice Factory.

Non mancano opere di dimensioni monumentali e impressionanti. L’artista kuwaitiana Monira Al Qadiri, (ha partecipato alla Biennale di Venezia, nella mostra «Il Latte dei Sogni»), presenta «Gastromancer», due colossali sculture di conchiglie sospese in una stanza rossa. “Segue la mia pratica intorno al tema del petrolio e alle sue eredità culturali e sociali”, dice l’artista. “Ho trovato una storia incredibile: negli anni ’80 hanno scoperto che la vernice rossastra delle petroliere si infiltra nell’acqua e provoca cambiamenti nella popolazione marina. Uno di questi cambiamenti, che ho trovato molto interessante e quasi fantascientifico, era che le conchiglie cambiavano sesso, da femmina a maschio” (lavora con König Gallery, Berlino e con Perrotin, Parigi; in settembre da Perrotin New York l’artista avrà il primo solo show).

È una biennale dove non manca il video o le video installazioni come quella di Stephanie Comilang intitolata «Search for Life II» un’opera in forma di dittico commissionata da TBA21, Sharjah Art Foundation e The Vega Foundation. L’opera si sviluppa in due episodi che sono composti da pezzi indipendenti ma che insieme raccontano un’unica storia. “Il secondo episodio di Search for Life prosegue i temi della migrazione, del lavoro, della diaspora e della tecnologia attraverso le storie di immersione per le perle e l’industrializzazione della produzione di perle tra il Golfo Persico, le Filippine e la Cina. In natura, la perla è una rarità, causata dall’accumulo difensivo di calcio nella conchiglia di un mollusco. In Search for Life II, la perla è sia un oggetto di scambio che un soggetto speculativo, che collega culture globali e fa collassare narrazioni passate e future attraverso idee di desiderio, scambio, fascino e tecnologia in evoluzione” come spiega Clarissa Tempestini di Chert Lüdde la galleria con la quale lavora (prezzi da 10mila euro per le sculture e gli oggetti).

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