Bin Salman, tutti i passi falsi del giovane principe saudita
di Roberto Bongiorni
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Un anno esatto fa volevano tutti avvicinarsi a lui, strappare una foto, sperare in una stretta di mano, in un biglietto da visita scambiato con i suoi consiglieri. Oggi corre voce che molti dei top manager presenti a Riad per la Future Investment Initiative, la “Davos del deserto”, siano stati consigliati di non apparire pubblicamente a fianco del principe più potente d'Arabia. Ad altri – riporta un quotidiano britannico - è stato caldeggiato di evitare foto in pubblico con lui.
L'oscura vicenda di Jamal Khashoggi, il noto giornalista assassinato il 2 ottobre nel consolato saudita di Istanbul da un commando di agenti segreti, e la poco trasparenza da parte di Riad nel fornire una versione credibile e documentata dei fatti, stanno danneggiando gravemente l'immagine del giovane principe.
Il gruppo delle illustri defezioni (ieri è stata la volta del Ceo di Siemens, Joe Kaese) da parte del mondo della Finanza e dell'economia al Future Investment Initiative ha reso la “Davos del deserto” una conferenza orfana dei nomi più importanti, almeno quelli occidentali. La prima spiegazione ufficiale saudita dell'assassinio che sta provocando un terremoto geopolitico mondiale – ovvero che si è trattato di una missione non autorizzata di cui non sapevano nulla né Bin Salman né i vertici dei servizi segreti sauditi - non convince. Quella di Mbs è la parabola di un principe brillante e coraggioso, ma anche molto ambizioso, forse troppo. Comunque intollerante verso il dissenso. Mbs voleva mostrarsi al mondo come un capo di stato illuminato e riformatore, l'alleato arabo che l'Occidente cercava da tempo. Ma la poca trasparenza dimostrata in diverse circostanze, e le discutibili iniziative sullo scacchiere mediorientale, hanno generato sospetto e perplessità.
La campagna in Yemen, il Vietnam saudita
Nominato a soli 31 anni principe ereditario nel giugno del 2017 da suo padre, re Salmān, Mohammed Bin Salman, conosciuto anche con l'acronimo di Mbs, era già ministro della Difesa da quasi due anni. Sarebbe stato proprio lui il promotore della campagna militare in Yemen, scattata nel marzo 2015 contro i ribelli Houti, sostenuti dall'Iran. La coalizione di Paesi arabi sunniti guidata da Riad ha così dato il via ad una serie di martellanti bombardamenti. Tutt'altro che chirurgici. In cui ha farne le spese sono stati moltissimo civili innocenti. Quella che doveva essere una guerra rapida, si trasforma presto in una sorta di Vietnam saudita. I ribelli sciiti occupano ancora la capitale Sanaa, lo Yemen è diventa la più grave crisi umanitaria del 2018 e Riad continua a spendere ingenti somme di denaro – soprattutto per acquistare armi dagli Stati Uniti – in una missione dai risultati deludenti in cui fatica a vedere la fine.
Nonostante gli insuccessi della campagna yemenita, il giovane Mbs diveniva due anni dopo l'uomo più potente del regno. La svolta avviene il 20 maggio del 2017, quando accoglie a Riad il presidente americano Donald Trump e forgia un'alleanza strategica in chiave anti-iraniana in cui vengono firmati accordi di fornitura di armi americane per 110 miliardi di dollari.
Mbs piace a Trump. Piace anche a Israele, comunque è più apprezzato dai suoi predecessori. Per una ragione: l'odio che il giovane principe nutri nei confronti dell'Iran, nemico numero uno di Israele, è sincero e viscerale. Mbs è peraltro profondamente ostile all'estremismo islamico.

