Biometano, 50 impianti fermi per le incertezze sugli incentivi
Lo stop all’iter autorizzativo che può arrivare fino a sette anni, rischia di vanificare i fondi stanziati nel Pnrr, 1,9 miliardi di euro destinati ai comuni o alle autorità d’ambito
di Laura Serafini
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Il conflitto in Ucraina ha posto con urgenza la necessità di trovare fonti di energia per ridurre la dipendenza dall’estero. Soprattutto per il gas. Accade però che in Italia ci siano circa 50 impianti in via di autorizzazione o di costruzione per la produzione di biometano da rifiuti: se entrassero in funzione potrebbero produrre centinaia di milioni di metri cubi di gas, per di più pulito. Però tutto è fermo perché sei mesi fa, il governo ha annunciato il cambio delle regole del gioco attraverso la legge di recepimento della direttiva Red2 (senza peraltro mai declinarle in un testo di decreto attuativo).
I gestori degli impianti da mesi non hanno più alcuna visibilità su come si formerà la tariffa di vendita del biometano dopo il 31 dicembre 2022, per cui hanno dovuto sospendere ogni attività e con loro le banche che avrebbero finanziato i business plan per investimenti complessivi superiori al miliardo di euro. Beffa nella beffa, poi, lo stop all’iter autorizzativo che può arrivare fino a sette anni, rischia di vanificare i fondi stanziati nel Pnrr, 1,9 miliardi di euro destinati ai comuni o alle autorità d’ambito che attraverso forme di partenariato pubblico-privato contribuiscano alla realizzazione di questi impianti.
Incentivazione a tempo
Lo sviluppo di sistemi che producono metano attraverso la decomposizione di materiali organici è stato spinto da un decreto del 2018 che introduceva un sistema di incentivazione fino a fine 2022, con l’obiettivo di sostenere una produzione fino a un miliardo di metri cubi di gas. Il sistema - tuttora in essere per gli impianti che entrano in esercizio entro il 2022 - prevede che il gestore venda il biometano sul mercato e che riceva dal Gse un certificato di immissione al consumo, il cui valore è proporzionale alle quantità di metri cubi di biometano prodotto. Il vantaggio di questo meccanismo è che protegge il gestore dalle impennate del costo dell’energia, visto che si tratta di impianti energivori, perché può recuperare il costo di produzione vendendo il biometano sul mercato.
Le lungaggini dei tempi autorizzativi hanno svuotato il senso del decreto del 2018: a fine 2021 erano entrati in funzione impianti che producono circa il 13% del target di oltre un miliardo (siamo a circa 150 milioni di metri cubi prodotti). Tanto che al mercato era stato lasciato intendere che ci sarebbe stata una proroga fino al giugno 2026. Senonché nell’autunno 2021, con la legge di recepimento della direttiva Red2, è stato annunciato un nuovo metodo di incentivazione da declinare in un decreto ministeriale che avrebbe dovuto coordinare la norma precedente con quella nuova.
Contributo di incentivazione fisso per i gestori
Un decreto che, però, ad oggi ancora non ha visto luce. Ci sono stati, però, rumors sulla base dei quali è stato impostato un fitto negoziato tra associazioni di categoria, in particolare Elettricità Futura, e il ministero per la Transizione ecologica. È emerso, così, che l’idea era quella di introdurre un contributo di incentivazione fisso per i gestori, i quali però avrebbero dovuto vendere il biometano al Gse ricevendo in cambio un prezzo equivalente di megawattora di 40 euro, poi salito a 60 euro dopo i negoziati. E un contributo in conto capitale pari al 20%, poi forse elevato al 40 per cento.


