Bisogna reagire alle rigide compliance e dazi che mortificano le nostre Pmi
Noi europei siamo da troppo tempo in mano a tecnocrati che ci vincolano e limitano con lo spauracchio di una procedura
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I dazi, al di là da dell’impatto sulle singole aziende italiane, determinano inflazione e possibile restrizione della domanda che può degenerare in stagflazione. Al tavolo di confronto con gli USA va innanzitutto considerato che il disavanzo commerciale lamentato da Trump è un indicatore incompleto, calcolato sull’incrocio dei fatturati; dobbiamo spostare l’attenzione sul margine economico che considera i profitti sulle reciproche relazioni. Possiamo affermare che lo sbilancio commerciale non ha un rapporto lineare con la marginalità che l’Italia realizza su prezzo di vendita di prodotti manifatturieri, che è molto più contenuta della marginalità che gli USA realizzano su prezzi di vendita di IT o combustibili. Oltretutto, nello sbilancio commerciale non sono considerate le royalties che l’Italia riconosce agli Stati Uniti. È quindi probabile che gli USA, nonostante il deficit commerciale, ottengano un risultato economico più favorevole nel rapporto bilaterale con l’Italia. C’è poi il fenomeno del costante indirizzo di risparmio italiano verso investimenti in azioni di large-cap quotate in USA a valutazioni molto elevate. Mentre i fondi e i trade buyers americani non investono con altrettanta consistenza in società a governance italiana, invece, spesso finanziano takeover e operazioni finalizzate ad acquisire il controllo di PMI e asset italiani a valori contenuti, per poi beneficiare del loro potenziale di performance estraendoli dai nostri mercati borsistici e dalla conseguente condivisione con investitori domestici.
La “corsa” di Borsa Italiana è trainata da banche, assicurazioni, utilities e in parte dall’industria della difesa, non certo dalla nostra PMI. Ma le principali categorie premiate dai listini nazionali prosperano grazie allo stesso “pagante”: la media impresa, che è e rimane la base industriale e il datore di lavoro degli italiani. Tuttavia, le PMI, motore della nostra economia, sono abbandonate e mortificate nella valorizzazione a dispetto di fondamentali spesso molto buoni. Da queste osservazioni si possono sviluppare diverse e profonde riflessioni.
Il “principio dei vasi comunicanti”, con l’apertura ai mercati globali, ha reso forti economie che erano fino ad un secolo fa periferiche e subordinate all’Europa. Far East, Indie, Sud America, dove per primi abbiamo trasferito know how e capacità produttive, attratti dal basso costo della manodopera, sono cresciuti. Oggi lo stesso principio dovrebbe riorientare flussi di liquidità verso le nostre medie imprese sottovalutate, ma questo non accade a causa di inibizioni e ostacoli determinati da regole di compliance e intermediari. È paradossale che anche i nostri risparmi non arrivano sui mercati borsistici italiani a sostenere e condividere il valore delle nostre imprese di medie dimensioni in governance italiana, ma contribuiscono a rendere forti grandi imprese non nazionali che, insieme a fondi di private equity, estraggono valore dalla nostra economia reale, sottraendone prospettive di performance dai nostri listini in successione di takeover. Come stiamo vedendo a livello geopolitico, le oligarchie battono in velocità decisionale le democrazie, così come in economia, le grandi società attraggono capitali, ancorché siano valutate a multipli stellari, per poi divorare le small cap mortificate in Borsa.
È necessario reagire: aggregando le nostre medie imprese, consolidandole o definendo basket di azioni di categorie di industry per aiutarle a catturare maggiore attenzione di investitori in Borsa, mantenendone la governance nazionale, non svendendole a takeoveristi, dopo averle svilite per nostra stessa incuria sui listini domestici. Dovremmo alimentare con i nostri risparmi direttamente, o attraverso la formazione granulare di fondi value nazionali, investimenti nelle nostre PMI, ignorate dalla perversa macchina di intermediari e compliance. Le competenze e i capitali in Italia li abbiamo, dobbiamo metterli a sistema per sostenere la crescita delle nostre imprese e condividerne la redditività, ristabilendo anche obiettività di valorizzazione.
Siamo ormai dominati in molti ambiti da legali, non da visionari. Possiamo e dobbiamo superare gli errori dei burocrati da cui non arriveranno le soluzioni, che si arroccano allungando l’ombra della paura fino a paventare scenari bellici. La paura viene quotidianamente utilizzata per governare.

