Mercati

Bond e azioni, ecco chi vince (e chi perde) con il rialzo dei tassi Bce

Buoni risultati per gli asset rischiosi nei quattro cicli di stretta della Banca centrale dal 1999 a oggi. Occorrerà mettere in ogni caso in conto una certa dose di volatilità

di Maximilian Cellino

La Borsa, gli indici dell’8 febbraio 2022

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I mercati hanno indossato l’elmetto e sono idealmente scesi in trincea non appena giovedì scorso, 3 febbraio, le parole di Christine Lagarde hanno lasciato intuire un’accelerazione nel cammino della Bce che lei guida sul sentiero che conduce alla riduzione degli stimoli monetari e quindi un aumento dei tassi di interesse anche nell’Eurozona. Ora gli operatori prezzano almeno una «stretta» già entro la fine di quest’anno, un rialzo complessivo di oltre un punto percentuale nel 2023 e i riflessi su bond, azioni e spread non hanno certo tardato a manifestarsi.

I precedenti

Ma occorre davvero preoccuparsi quando l’Eurotower è impegnata in un ciclo di politica monetaria restrittiva? Le esperienze passate non sembrerebbero per la verità indicare particolari problemi per le principali asset class europee in situazioni simili. I comparti «rischiosi» hanno anzi dimostrato di cavarsela piuttosto bene, anche se va detto che gli esempi a cui fare riferimento non sono molti, per la relativa «gioventù» della Bce e anche perché dal 1999 in poi, anno da cui opera ufficialmente l’istituto centrale, i cicli rialzisti non sono stati poi così frequenti.

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Gli analisti di Payden&Rygel ne individuano appena 4 in uno studio elaborato appositamente per Il Sole 24 Ore, ma soltanto i primi due casi, quelli del 1999-2000 e 2005-2007, possono essere a tutti gli effetti considerati cicli rialzisti compiuti.
Il terzo, che risale al 2011, si riduce in fin dei conti all’unica stretta di 25 punti base operata nel luglio 2011: quella che passerà alla storia come un «errore» dalla Bce allora presieduta da Jean-Claude Trichet, che di lì a qualche mese rischiò di essere travolta dalla crisi del debito e fu costretta a una brusca marcia indietro.
L’ultimo episodio risale invece al 2017-2018 e riguarda la riduzione del bilancio avvenuta attraverso il rallentamento del programma di acquisto App, azione anche questa poi di fatto sconfessata un anno dopo e ancora prima dell’apparizione di Covid sulla scena con la ripresa delle operazioni sui titoli.

IL CONFRONTO

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Le reazioni dei mercati

La distinzione non è certo fine a sé stessa, perché alla riprova dei fatti le reazioni dei mercati sono state piuttosto disomogenee, se non diametralmente opposte, nelle diverse occasioni. Le azioni, soprattutto, hanno performato in modo brillante nei primi due casi, registrando in area euro progressi annualizzati anche superiori al 20%, mentre hanno arrancato sia nel 2011, sia nel 2017-2018, ma distinzioni significative si possono rilevare anche nel mondo del reddito fisso.

«Che i comparti rischiosi abbiano generalmente ottenuto buoni risultati durante i cicli di rialzo dei tassi non è del tutto sorprendente», sottolinea Antonella Manganelli, responsabile investimenti di Payden&Rygel Italia, spiegando che «in generale le Banche Centrali tendono a modificare in questo senso la propria politica monetaria in un quadro di crescita macroeconomica positiva». In casi del genere è insomma il vento della ripresa che soffia in poppa a fare la differenza, arrivando più che a compensare il freno indotto dalla «stretta» sul costo del denaro.

I problemi sorgono semmai quando dalle parti di Francoforte (o Washington) si sbaglia a fare i conti. «Un rialzo che si dovesse rivelare a posteriori un errore di politica monetaria, contribuendo per esempio a strozzare prematuramente la crescita, comporterebbe una “rottura” delle relazioni storiche, almeno temporanea, con un forte aumento di volatilità», avverte l’esperta di Payden&Rygel, ricordando come «il 2011 in Europa sia stato un esempio perfetto in questo senso».

Resta quindi da chiedersi a maggior ragione che tipo di scelta si stiano apprestando a compiere i banchieri europei. «Crediamo che quest’anno la crescita, pur in rallentamento, sia comunque superiore al livello tendenziale, mentre per quanto riguarda l’inflazione ci aspettiamo che alcuni dei fattori che hanno spinto così al rialzo il livello dei prezzi rientrino, almeno parzialmente, e che l’azione delle banche centrali possa agire come ulteriore coadiuvante a calmierare i prezzi», tranquillizza sotto questo aspetto Manganelli.

La volatilità

All’orizzonte non si profila quindi nessuna fuga in avanti delle Banche Centrali, che anzi «sono già in ritardo», e di conseguenza le reazioni delle classi di investimento non dovrebbero essere poi tanto differenti ai precedenti casi di restrizione «buoni». Occorrerà mettere in ogni caso in conto una certa dose di volatilità, sui mercati in generale come quella a cui stiamo assistendo ormai già da diverse settimane, così come fra le varie tipologie di investimenti a rischio. «Rispetto agli ultimi tempi, caratterizzati da straordinari stimoli fiscali e monetari che hanno supportato quasi tutti i comparti indiscriminatamente, è ragionevole attendersi ora una maggiore dispersione tra le varie asset class, sia perché la politica monetaria si annuncia meno accomodante, sia perché il suo andamento resta incerto», avverte Manganelli. La selezione del portafoglio investimenti, come si conviene soprattutto nelle fasi di cambiamento di scenario, sarà a maggior ragione un fattore ancora più determinante.

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  • Maximilian Cellino

    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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