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Bonus ricerca, la moda non cede

Tax credit 2015-19. Sfumata l’ipotesi del saldo e stralcio (che non ha trovato coperture) la maggioranza delle imprese del settore non restituirà le somme contestate e sceglierà la via del contenzioso. Resta l’ordine del giorno che impegna il Governo ad agire

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Con la partita del saldo e stralcio per ora archiviata con un nulla di fatto, la grande maggioranza delle aziende della moda italiana a cui è stato contestato l’utilizzo del bonus ricerca e sviluppo nel periodo 2015-19 non riverserà volontariamente le somme contestate. In alcuni distretti, come quello di Fermo, nelle Marche, il no alla procedura – che andrebbe effettuata entro il 31 ottobre salvo una difficile, ulteriore, proroga – arriva a toccare il 90% delle aziende. Stessa percentuale che le associazioni delle imprese segnalano anche nel settore della pelletteria.

Includendo tutte le imprese – non solo quelle del settore moda – secondo i dati delle dichiarazioni elaborati dell’Ufficio parlamentare di bilancio, in cinque anni il numero di beneficiari del credito d’imposta è quasi triplicato, passando da 10.268 nel 2015 a 27.072 nel 2019. Secondo l’Istat, l’ammontare (cumulato) del risparmio d’imposta per le imprese beneficiarie del tax credit R&S e del patent box sale dallo 0,04% del Pil nel 2015 allo 0,28% nel 2019 (circa 5 miliardi), in flessione allo 0,18% nel 2020.

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La vicenda che vede coinvolte le aziende del sistema tessile-moda-accessori italiano, oltre 100 miliardi di euro di ricavi nel 2023, è da anni al centro del dibattito, complice un valore dei crediti d’imposta R&S fruiti che supera il miliardo di euro. Nel 2022, con la risoluzione 41/E del 22 luglio, l’agenzia delle Entrate, basandosi su un parere tecnico dell’allora Mise, aveva fornito un’interpretazione delle attività di ricerca e sviluppo attinenti all’ideazione estetica e al design in controtendenza con la precedente (circolare 5/E del 16 marzo 2016), escludendo in modo retroattivo dal tax credit le imprese i cui investimenti non fossero motivati dal «superamento di un ostacolo o un’incertezza scientifica o tecnologica non superabile con le conoscenze e le capacità già disponibili, in materia». Anche nella moda, dove gli investimenti sono stati generalmente utilizzati nella realizzazione dei campionari.

Le centinaia di aziende raggiunte da processo verbale di constatazione (Pvc) – dopo aver atteso per mesi la costituzione di un albo dei certificatori , istituito a febbraio 2024 e operativo da maggio – hanno considerato una potenziale soluzione la misura di saldo e stralcio annunciata lo scorso 6 agosto dal ministro Adolfo Urso, titolare del Mimit, al Tavolo della moda. L’emendamento al decreto Omnibus presentato da Fausto Orsomarso e Guido Quintino Liris (FdI) - che prevedeva la possibilità di saldare solo il 50% del dovuto e in tempi più lunghi rispetto a quanto previsto – non ha trovato le coperture necessarie ed è stato ritirato e derubricato a ordine del giorno, con l’impegno per il Governo di prevedere, «nel primo provvedimento utile, idonee misure di carattere finanziario e procedurali»: in particolare, «per tutti coloro che aderiscono alla procedura di riversamento entro il 31 ottobre 2024, una congrua riduzione percentuale delle somme da riversare».

Alla “restituzione” volontaria, che eviterebbe il pagamento delle sanzioni, arriveranno ben poche aziende del settore moda. «Abbiamo oltre 100 aziende che operano in questo ambito che sono state raggiunte da Pvc – dice Giuseppe Tosi, direttore di Confindustria Fermo, cuore di un distretto calzaturiero italiano già messo in crisi dalla guerra in Ucraina e dai dazi verso la Russia – e il 90% non sceglierà il riversamento volontario entro i termini di adesionoe del 31 ottobre. Anche il saldo e stralcio al 50% (tanto che la “controproposta” di Confindustria Moda era di scendere al 30%, Ndr) avrebbe rappresentato un’opzione valida per le imprese: ci sono realtà che all’epoca della fruizione pensavano di avere diritto al credito, e che poi se lo sono viste contestare, e sono esposte per 50mila euro, altre per milioni». È d’accordo Claudia Sequi, imprenditrice della pelletteria raggiunta dal Pvc e presidente di Assopellettieri: «Nella moda è successo qualcosa di diverso rispetto ad altri settori – spiega – perché di fatto è stata cambiata l’interpretazione di una legge. Oltretutto, chi ha provato a farsi certificare i crediti ha trovato perplessità sulle linee guida da parte degli stessi certificatori. Il riversamento volontario? Dirà no più del 90% delle imprese».

La situazione delle aziende del settore va considerata alla luce del difficile momento che il sistema moda sta vivendo: «Il contesto è critico e si rischia che molte piccole aziende decidano di chiudere – spiega Moreno Vignolini, imprenditore tessile a Prato e presidente di Confartigianato moda –, noi porteremo al governo la proposta di reintrodurre l’innovazione immateriale sui campionari e speriamo che in Manovra si trovino le coperture per il saldo e stralcio, portandolo al 30 per cento».

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