Borsa, in assenza di rating Esg le quotazioni delle aziende sono a rischio flop
In fase Ipo, fondi e banche d’affari chiedono anche informazioni non finanziarie. Chi non cura questa documentazione taglia fuori una parte degli investitori
di Vitaliano D'Angerio
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Non è una fissazione dell’attivista Greta Thunberg e dei suoi ammiratori. Né un’ossessione degli euroburocrati di Bruxelles. La sostenibilità è diventata una richiesta forte anche delle banche d’affari che assistono le aziende in fase di quotazione (Ipo). Senza un rating Esg da presentare, l’Ipo potrebbe perdere una grande fetta di potenziali investitori grandi e piccoli con il rischio di un eventuale flop. Ecco allora la necessità per le matricole di Borsa di attrezzarsi e di fornire informazioni sostenibili anche se non vi sono obblighi in tal senso.
La versione dei consulenti
La tendenza alla richiesta di maggiori notizie Esg in fase Ipo, viene confermata dai consulenti che si occupano di piani di sostenibilità di grandi istituzioni. «Le banche d’affari, che preparano le quotazioni, sono sempre più attente alla strategia Esg delle aziende – spiega Piero Munari, partner fondatore di Arwin e Partners –. Alcune di loro hanno creato un vero e proprio schema di quotazione che prevede il rating Esg per la società in Ipo. L’obiettivo principale è quello di ampliare la platea degli investitori istituzionali e in particolare allargarla ai fondi articolo 8 e 9 (nuove categorie prevista dalla normativa europea, ndr) che rappresentano quasi due terzi dei fondi europei lanciati nel secondo e terzo trimestre del 2022, secondo Morningstar».
A proposito dei potenziali investitori, Munari aggiunge: «Nel post Ipo, possedere già un rating Esg, consente di entrare poi più facilmente nell’universo investibile dei prodotti finanziari passivi come gli Etf».
Le conferme dei banchieri
Come avviene nella finanza tradizionale, anche in quella green, le agenzie di rating stanno quindi assumendo un ruolo sempre più importante. «La centralità del tema Esg anche in ambito Ipo, dipende dai mandati dei grandi fondi internazionali – ricorda Paolo Celesia, co-responsabile dell’investment banking di Credit Suisse –. Società del calibro di Fidelity, BlackRock e Wellington hanno difficoltà a investire in un’azienda che si quota senza possedere un rating Esg. Anche in roadshow molto recenti realizzati a Londra e a New York, gli investitori hanno fatto domande sul rating Esg. In assenza di un’indicazione di questo tipo, il rischio è di tagliare fuori dalla quotazione una larga fetta di investitori. E con Ipo superiori ai 500 milioni di euro, non si può fare a meno dei grandi fondi internazionali».
Celesia poi segnala che «il rating Esg è molto settoriale. Non è importante il punteggio Esg in assoluto di un’azienda ma in relazione al settore in cui è collocata. Per esempio, una società del settore food la valuto sostenibile se il suo rating Esg è alto rispetto ad altre aziende di quel determinato segmento».

