Strategie di mercato

Buy back, ecco perché banche e grandi aziende investono miliardi per comprare le proprie azioni

Importata da Wall Street, la moda del riacquisto di azioni proprie è gradita agli investitori istituzionali che dominano le public company. Il vantaggio: ridurre il numero delle azioni fa salire l’eps e scendere il p/e. Le critiche: scendono i dividendi per i cassettisti (Fondazioni comprese) e gli investimenti per crescere. I benefici per le stock option dei manager

di Alessandro Graziani

4' min read

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Anche con i bilanci del 2022 una parte consistente degli utili delle medie e grandi società quotate in Europa, per non parlare di quelle di Wall Street, sarà destinata ai buy back. Decine e decine di miliardi, che potrebbero essere destinati a finanziare la crescita anche tramite acquisizioni o assegnati ai soci come dividendo, verranno destinati al riacquisto di azioni proprie. Perché? E chi ne sono i principali beneficiari?

La storia dei buy back, come tutte quelle relative alle innovazioni (buone e meno buone) dei mercati azionari, nasce a Wall Street ed è stata adottata in grande stile in Europa e in Italia solo nell'ultimo decennio in concomitanza con la crescita del numero e delle dimensioni delle public company, ovvero le società dove più numerosi e più rilevanti sono gli investitori istituzionali. Sono proprio questi ultimi, ovvero il variegato mondo dei fondi di investimento, a prediligere i buy back azionari. Anche e soprattutto per motivi fiscali.

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Come e perché le società lanciano i buy back

I buy back sono una forma di remunerazione degli azionisti alternativa all'assegnazione del dividendo. In che modo funziona? Le società acquistano le proprie azioni per ridurre in proporzione il capitale cancellando le azioni acquistate (o tenendole in portafoglio come azioni proprie che, per legge, non beneficiano del dividendo). Poiché il numero totale delle azioni in circolazione si riduce, la partecipazione di ogni azionista nella società aumenta, così come la quota dei futuri dividendi.

Più in dettaglio, i benefici finanziari sono sostanzialmente due: il primo è che, a seguito della riduzione del numero totale delle azioni in circolazione, l'earning per share o eps (utile per azione) aumenta per tutti gli azionisti. Il secondo è che l'aumento dell'eps riduce il rapporto price/earning (p/e) per effetto dell'incremento del denominatore. Con la conseguenza di rendere più appetibile e “a sconto” il prezzo delle azioni che quindi tendono a rivalutarsi.

Ma quando è conveniente per una società varare un piano di buy back? Warren Buffett, il più noto investitore Usa, ha sempre sostenuto che bisogna guardare al fair value di un'azienda. Nel caso delle banche il fair value è in generale considerato in linea con il patrimonio netto tangibile. Poiché gran parte delle azioni delle banche europee trattano in media a 0,6-0,7 il patrimonio, il riacquisto delle azioni proprie ha un senso finanziario.

Più difficile determinare il fair value azionario in altri settori in cui spesso si fa riferimento alla media dei p/e storici di un comparto (ma in alcuni settori innovativi come il fintech la serie storica degli utili ancora non esiste).

La spinta fiscale

Per gli investitori istituzionali un motivo che rende preferibile il buy back all'incasso del dividendo è anche di tipo fiscale. Se lo stacco annuale della cedola è soggetto a tassazione, la rivalutazione azionaria derivante da buy back non ha aggravi fiscali fino a che i titoli vengono conservati in portafoglio. Modalità gradita a investitori istituzionali di lungo periodo, meno a risparmiatori privati “cassettisti” che spesso prediligono invece incassare una cedola annua.

Tra i “fan” obbligati del dividendo vi sono poi in Italia le Fondazioni bancarie che, proprio dalle cedole incassate dalle ex banche conferitarie, traggono le risorse annuali da destinare alle erogazioni sul territorio. Al netto delle esigenze di questi investitori particolari, comunque, il buy back non discrimina alcun azionista poiché tutti sono interessati a una rivalutazione delle azioni.

Le critiche: troppa finanza e poca crescita. I conflitti di interesse dei manager con stock option

Esistono due modalità di realizzare i buy back azionari. Una, come detto, prevede il riacquisto e la cancellazione definitiva delle azioni. L'altra prevede il riacquisto senza annullamento, ovvero mantenendo le azioni proprie in portafoglio (nei limiti previsti dalle varie giurisdizioni). In entrambi i casi l'effetto sugli utili per azione è lo stesso, ma nella seconda fattispecie la società può utilizzare in futuro le azioni proprie per procedere ad acquisizioni attraverso scambi azionari. O destinarle, in parte, alla remunerazione dei manager nell'ambito dei piani di stock option (senza dover procedere ad aumento di capitale riservato, con incremento delle azioni in circolazione e riduzione dell'eps, come fa chi non attua i buy back).

L'intreccio tra buy back e stock option dei manager è da sempre oggetto di forti critiche per gli evidenti rischi di conflitto di interesse. Pur dopo le riforme degli ultimi anni, che hanno diluito nel tempo l'esercizio delle stock option da parte dei manager, esiste il rischio di un corto circuito di interessi di breve termine che allineano i benefici dei manager e degli investitori a scapito di quelli dell'azienda. Investire miliardi per acquistare azioni della propria azienda, anche se conveniente finanziariamente, è certamente più facile che destinare quelle risorse alla crescita per linee esterne. Crescita che potrebbe generare incrementi dell'utile per azione ben superiori a quelli dei buy back, ma che richiede tempo e lavoro di anni (scadenze temporali non sempre coincidenti con quelli dei top manager né con quelli dei board member che dovrebbero vigilare).

D'altro canto c’è anche chi sostiene invece che, proprio grazie alla valorizzazione azionaria realizzata con i buy back, una azienda può realizzare aggregazioni attraverso scambi azionari a condizione di maggior favore.

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