Sovranità digitale

Caccia a una terza via in linea con le regole per i satelliti di Musk

 REUTERS/Dado Ruvic/Illustration/

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La sovranità tradizionale ha ceduto attributi alla sovranità digitale? Il territorio da limite di competenza alla giurisdizione statale è diventato un luogo di scambio dei servizi virtuali contro i dati personali a prescindere da dove l’impresa risieda. La rappresentanza politica ha fatto un passo indietro davanti alla forza del denaro: l’eletto non conta per i voti ricevuti ma per le piattaforme a lui favorevoli.

Le fonti del diritto, pubbliche, rappresentative e volontarie, sono cedevoli alle regole tecniche, automatiche e dettate da una mente meccanica, che può ripetere all’infinito errori e discriminazioni nell’assoluta impunità, godendo di un’irresponsabilità di fatto. Chi, infatti, potrebbe spegnere la piattaforma X nel caso in cui offrisse una campagna di pubblicità elettorale oscillante tra il vero e il falso? Ma nonostante ciò, l’imperio statale ancora trattiene nelle sue mani qualche frammento di sovranità: la difesa dei confini, la protezione della gente e del suo territorio dagli eventi straordinari che ne minacciano l’incolumità.

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Ora lo scenario sta cambiando: le informazioni criptate, le comunicazioni in tempi di crisi e le conversazioni di chi vive nelle zone bianche potrebbero rientrare nell’orbita di Elon Musk.

Se non fosse chiaro, stiamo valutando di cedere senza riserve settori strategici – sicurezza e comunicazioni intersoggettive – un tempo nella titolarità esclusiva del nostro Stato, non a un organismo internazionale, ma a un privato, straniero, campione del liberismo economico, e ambasciatore su autoinvestitura di un presidente, che nel suo recente passato ha sostenuto la rivolta contro la democrazia.

Qui la rule of tech ha divorato la rule of law, e con essa il principio di legalità. Dove è la norma che assegna a Musk il dominio sul regno satellitare? Sarebbe vano cercarla, perché essa risiede nel suo potere economico, titolo sufficiente a spalancargli le porte delle nuove comunicazioni elettroniche.

Non c’è traccia degli obblighi gravanti sulle imprese di telecomunicazioni, che non sembrerebbero riguardare Musk, anche se con i suoi satelliti stabilirà un ponte ideale tra i cittadini delle zone bianche, altrimenti al buio digitale. A un identico risultato corrisponderà però una regolazione opposta: infatti, la ragionevole disciplina asimmetrica – obbligo di accesso, di rispetto dell’equal access – non toccherà Musk che indossa abiti diversi da quelli di una Telco.

Non è forse l’ennesima violazione del principio di legalità sul piano dell’uguaglianza formale? Situazioni oggettivamente uguali dovrebbero meritare il medesimo trattamento; eppure, Musk già si compiace per l’esonero dalle regole se l’affare Starlink dovesse andare in porto.

Lo strappo alla rule of law si è consumato nell’operazione matematica di sottrarre dal già ridotto imperium dello Stato materie sensibili: sicurezza e telecomunicazioni.

Riflettiamo: se Musk decidesse di tagliare le comunicazioni? Se minacciasse di rendere pubbliche le comunicazioni criptate del nostro governo in cambio di qualche cosa? Se i nostri dati venissero ceduti come merce di scambio politico a Paesi terzi? E se altri volessero competere con lui nell’invio dei satelliti, troveranno ancora posto o lo spazio è stato integralmente occupato da Musk? Dubbi questi, che il nostro Governo non potrà eludere, ma dovrà affrontare nell’istruttoria in corso, di cui ha parlato la presidente Meloni nella Conferenza stampa di fine anno. Anche se al momento sembra piuttosto che il governo si stia muovendo in un clima di opacità informativa come in un labirinto dal quale non sa come uscire.

Ancora due elementi: il Regno Unito sta sperimentando un sistema satellitare in house (Ofcom, Statement, 20 novembre 2024) da impiegare come rimedio di copertura complementare alla banda larga nelle zone ancora prive di connettività. Ripeto satelliti che porteranno la bandiera britannica con tutto ciò che ne segue.

L’Unione europea da tempo sta lavorando a un programma comune – Iris2 – di impiego satellitare a fini di copertura del digital divide e delle situazioni di emergenza, cui tutti i 27 Stati dovranno aderire a spese proprie, di cui 750 milioni di euro a carico dell’Italia, cioè la metà di quanto ci costerebbe la piattaforma di Musk.

E l’Italia cosa valuta di fare? Affidarsi a Musk, che ora dispensa giudizi sulla nostra magistratura, ora deride capi di stato stranieri; ora orienta la comunicazione elettorale prioritizzando su X una proposta politica a danno di quella di altri competitori, in violazione della par condicio. C’è un’alternativa tra l’incondizionata accettazione della logica di Musk e il suo rifiuto netto? C’è una terza via? Ovvero rendere la proposta di Musk compatibile con le regole della democrazia, al momento sufficientemente bistrattata?

Docente di Diritto costituzionale all’Università Federico II di Napoli, Legal chief Restart partenariato

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