Heritage e innovazione/Prima puntata

Camminare davanti al tempo: gli archivi sono sempre più cruciali per le imprese

L’attualità della conservazione per alimentare la cultura del progetto è sempre più sviluppata. Un viaggio nelle aziende del design all’avanguardia nella sistematizzazione del passato.

Da sinistra, “Primavera 1953” (1953), busta con invito alla sfilata di primavera presso il Tea-room de la Rinascente in piazza del Duomo, progetto grafico Max Huber, Fondo Amneris Latis. Stand Tessili Italiani, progetto di Luciano Baldessari per l’Expo di Barcellona, 1929. Decorazione del Castello di Pandino con stemma

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È quantomeno curioso che in questo tempo affamato di novità, in cui il presente si brucia nell’attimo di un click, sia sempre più lunga e persistente l’onda che riporta gli archivi sotto i riflettori della cultura e della creatività. Archivio, archiviare: immediata è l’associazione a lunghi scaffali, polvere e faldoni, documenti sterili, questioni e storie chiuse, finite. Ma dovremo abituarci a un’idea di archivio completamente stravolta, decisamente luminosa, più simile a una di quelle grotte delle favole orientali cosparse di rubini e smeraldi allo stato grezzo – fortunato colui che le scopre per primo. È un cambio di orizzonte che coinvolge anche il mondo del design, sia le aziende, sia il fronte culturale del progetto. Archivio significa storia, e storia significa ricchezza.

Questa è dunque la prima puntata di un viaggio attraverso il patrimonio di aziende del made in Italy che della conservazione del passato – disegni, progetti, prototipi, pezzi – hanno innervato il presente.

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ANNA CHIARA CIMOLI: «Non una cassettiera, ma un bacino amico da cui attingere»

«Leggiamo l’archivio come spazio di creazione, più che come spazio di assimilazione»: è Anna Chiara Cimoli, storica dell’arte e museologa dell’Università degli Studi di Bergamo, a fornire la chiave per una rinnovata idea di archivio; e lo fa in veste di presidente della Fondazione Casva, che opera per sostenere e valorizzare il patrimonio documentale conservato al Casva, il Centro di Alti Studi sulle Arti Visive del Comune meneghino. «La Fondazione nasce nel 2018 dalla volontà di un architetto, Zita Mosca Baldessari, che ha curato l’inventariazione del fondo di Luciano Baldessari, genio dell’architettura del XX secolo, figura poliedrica, grande anarchico e grande lottatore», spiega Cimoli. Il Casva, soprannominato anche “archivio degli archivi”, oggi al Castello Sforzesco, gestisce fondi di architetti, artisti, designer e grafici del XX e XXI secolo che hanno operato principalmente in Lombardia (ma non solo), tra cui, oltre a Luciano Baldessari, Enzo Mari, Vittorio Gregotti, Roberto Sambonet, De Pas-D’Urbino-Lomazzi, per citarne solo alcuni.

Qui sopra, dal Fondo Amneris Latis, “La donna e l’automobile”, progetto grafico di Max Huber, 1953. Sulla destra, dal Fondo Marcello Cuneo, Altoparlante 3 Watt, disegnato da Cuneo e prodotto da Ghieri (1979). Qui a fianco, dall’Archivio Roberto Sambonet, Pesciera in acciaio, produzione Sambonet SpA, Vercelli 1957 e, sulla destra, dettaglio dello studio preparatorio di Giancesare Battaini per i pannelli figurativi di interni dell’edificio in via Zendrini, Milano. ©Comune di Milano – CASVA. ©foto Libis

È previsto nel 2025 il tanto atteso trasferimento nella nuova sede al QT8, il Quartiere della Triennale Ottava, nel vecchio mercato comunale di via Isernia, dove, attorno agli spazi di conservazione e ricerca, sorgeranno aule, sale per mostre ed eventi, una caffetteria, un bookshop. Un archivio, dunque, che si fa centro culturale vivo.

«La Fondazione tiene molto al fatto che la storia è come un bacino amico», spiega Cimoli, «non solo una grande cassettiera in cui pescare degli stimoli, ma il fondamento del lavoro per il presente, altrimenti si mettono al mondo forme in modo sconnesso. Siamo chiamati a una riflessione sulla sostenibilità, sulla necessità o meno di generare forme nuove». Cruciale, dunque, è il ruolo degli archivi, a cui la Fondazione dà respiro organizzando mostre, come quella imminente dedicata al progetto scenografico di Luciano Baldessari per l’opera lirica Giuliano di Riccardo Zandonai (1928), articolata fra il Mart e il Teatro Zandonai a Rovereto, ma anche borse di studio e pubblicazioni, come il recente volume edito da Nomos sul Caffè Craja, che negli anni Trenta fu il fulcro milanese delle culture alternative, progettato da Luciano Baldessari con Luigi Figini e Gino Pollini e con interventi di Fausto Melotti e Marcello Nizzoli. Una storia riportata alla luce che, visti i nomi coinvolti e lo spirito del luogo («un luogo in cui si faceva democrazia, dialogo, apertura», commenta Cimoli, che ne è la curatrice), valeva certamente la pena riscoprire.

 

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