Caporalato, Giorgio Armani operations in amministrazione giudiziaria
Secondo l’inchiesta dei pm Paolo Storari e Luisa Baima Bollone e dei carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro la società del gruppo Armani appaltava la produzione di borse e accessori ad aziende che a loro volta si appoggiavano a opifici che sfruttavano la manodopera cinese. L’azienda: «Collaboreremo con massima trasparenza»
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I punti chiave
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L’inchiesta della procura di Milano su episodi di caporalato in opifici cinesi sparsi per la Lombardia colpisce un big della moda italiana: la Giorgio Armani Operations, società che si occupa di progettazione e produzione di abbigliamento e accessori nell’ambito del gruppo Armani, è stata posta in amministrazione giudiziaria per presunto sfruttamento del lavoro. L’azienda - come era già capitato qualche mese fa con Alviero Martini Spa, presumibilmente nell’ambito della stessa indagine - non avrebbe vigilato correttamente sulle società a cui ha appaltato le proprie produzioni. Società che, non avendo la capacità produttiva per portare a termine le commesse internamente, avrebbero a loro volta subappaltato l’attività a opifici abusivi che facevano ricorso a manodopera cinese in nero e clandestina, con orari di lavoro massacranti (si parla di 14 ore) e paghe orarie molto basse.
I pm Paolo Storari e Luisa Baima Bolloni, a seguito dell’inchiesta portata avanti dai carabinieri del nucleo Ispettorato del lavoro, hanno ritenuto l’azienda «incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo» nel ciclo produttivo «non avendo messo in atto misure idonee alla verifica delle reali condizioni lavorative ovvero delle capacità tecniche delle aziende appaltatrici tanto da agevolare (colposamente) soggetti raggiunti da corposi elementi probatori in ordine al delitto di caporalato».
L’amministrazione giudiziaria è una misura prevista dalla legge 159/2011 per chi approfitta di condotte illecite altrui - quindi la società non risulta indagata - e pone di fatto la società sotto il controllo di un amministratore. La misura viene applicata per un periodo non superiore ad un anno e può essere prorogata di ulteriori sei mesi per un periodo complessivamente non superiore ai due anni.
La produzione esternalizzata di borse al centro dell’inchiesta
Come nel caso di Alviero Martini, alla Giorgio Armani Operations viene contestato il mancato controllo della propria filiera produttiva, localizzata a pochi chilometri dall’headquarter milanese. Nella nota dei carabinieri si legge che «si è potuto accertare che la casa di moda affidi, attraverso una società in house creata ad hoc per la progettazione, produzione e industrializzazione delle collezioni di moda e accessori, mediante un contratto di fornitura, l’intera produzione di parte della collezione di borse e accessori 2024 a società terze, con completa esternalizzazione dei processi produttivi». L’azienda fornitrice «dispone solo nominalmente di adeguata capacità produttiva e può competere sul mercato solo esternalizzando a sua volta le commesse ad opifici cinesi, i quali riescono ad abbattere i costi ricorrendo all’impiego di manodopera irregolare e clandestina in condizioni di sfruttamento».
Negli stabilimenti di produzione effettiva e non autorizzata è stato riscontrato che la lavorazione avveniva «in condizione di sfruttamento (pagamento sotto soglia, orario di lavoro non conforme, ambienti di lavoro insalubri ), in presenza di gravi violazioni in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro (omessa sorveglianza sanitaria, omessa formazione e informazione) nonché ospitando la manodopera in dormitori realizzati abusivamente ed in condizioni igienico sanitarie sotto minimo etico».

