Tribunale di Milano

Caporalato, anche Dior fuori dall’amministrazione giudiziaria. Protocollo ancora in stand by

  EPA/MOHAMMED BADRA

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Il Tribunale di Milano ha revocato l’amministrazione giudiziaria nei confronti di Manufactures Dior, ramo produttivo della maison che fa capo al gruppo Lvmh e che opera in Italia. L’azienda era stata messa sotto il controllo di un amministratore giudiziario, Giuseppe Farchione, nel giugno del 2024 a seguito di una indagine della procura di Milano che, nei mesi antecedenti, aveva coinvolto altri brand del made in Italy: Alviero Martini e Giorgio Armani. Pochi giorni fa la misura è stata revocata anche nei confronti della Giorgio Armani Operations, mentre per Alivero Martini la revoca era arrivata già a ottobre 2024.

Tornando alla società di Dior, i giudici della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano - Pendino, Cucciniello e Profeta - hanno dato atto alla società di aver «avviato«un notevole sforzo di programmazione, economico e culturale per posizionarsi nel settore moda come un’impresa ad un alto grado di connotazione etica e di responsabilità sociale».

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In concreto Manufactures Dior ha inserito 17 nuove figure professionali che si occupano esclusivamente di «rendere più stringenti i presidi» sulla «catena di produzione» e della «risoluzione» dei contratti con i «fornitori» critici. Nel giugno del 2024 era stata contestata all’azienda proprio l’insufficienza del controllo esercitato su alcuni subfornitori e, in particolare, su opifici gestiti da cittadini cinesi dove gli accessori a marchio Dior venivano prodotti sfruttando i lavoratori. I carabinieri del nucleo Ispettorato del lavoro, nel marzo scorso, avevano trovato 23 lavoratori che dormivano in camere da letto adiacenti ai laboratori e rilevato sia che i dipendenti non utilizzavano dispositivi di protezione sia che alcuni dispositivi di sicurezza sui macchinari erano stati rimossi o disattivati. Tale rimozione secondo gli inquirenti avrebbe permesso un «aumento della capacità produttiva dell’operatore a discapito della propria incolumità».

L’azienda ha riferito di un «un dialogo costruttivo e collaborativo con il Tribunale e con gli esperti da questo nominati», grazie al quale «Dior ha ulteriormente rafforzato le proprie operazioni lungo la filiera produttiva, definendo un nuovo modello di riferimento per le migliori prassi del settore». La casa di moda ha anche ribadito «con fermezza il proprio impegno nella tutela e nell’applicazione dei valori fondamentali di trasparenza, integrità e rispetto lungo l’intera filiera. La maison continua a monitorare e, nella misura del possibile e ove opportuno, a rafforzare le proprie procedure interne per continuare a garantire condizioni di lavoro eque e corrette a tutti coloro che, con dedizione e maestria, contribuiscono alla realizzazione di prodotti Dior della più alta qualità».

Atteso il primo protocollo per prevenire il caporalato nella filiera

La questione del caporalato nelle filiere della moda italiana è tuttora al centro di un tavolo di lavoro istituito presso la Prefettura di Milano al quale hanno partecipato ( e continuano a sedere) Prefettura, Tribunale di Milano, Procuratore distrettuale antimafia, Ispettorato del lavoro, Politecnico, sindacati, associazioni confindustriali e artigiane. Da questo confronto vedrà la luce il primo protocollo legalità per il settore moda in Lombardia: il testo dovrebbe essere alle battute finali - la prima bozza era pronta a luglio 2024, e secondo Sergio Tamborini,presidente di Confindustria Moda, intervistato lo scorso 18 gennaio dal Sole 24 Ore, era pronto per essere firmato nel giro di un paio di settimane - ma, di fatto, la firma non è ancora avvenuta.

Il protocollo, al quale dovrebbe affiancarsi una piattaforma di condivisione dei dati delle imprese di filiera simile a quella attiva nella logistica, elaborata dal Politecnico di Milano, ha il compito di aiutare a prevenire fenomeni di sfruttamento del lavoro lungo la filiera attraverso l’identificazione degli indicatori e dei profili di rischio delle aziende. Le migliori otterranno anche una certificazione, una sorta di “bollino verde”. Il protocollo è, per ora, un’iniziativa locale, limitata alla Lombardia, ma potrebbe - una volta partito - diventare uno standard “interno” per le aziende che lo applicherebbero anche ai fornitori fuori regione. Interpellato sul tema nel primo giorno della fashion week di Milano anche Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda italiana, aveva definito il protocollo «un’assoluta priorità della moda italiana».

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