Cara tecnologia, lasciaci sbagliare: perché gli errori ci rendono più forti
Un cervello abituato ad essere “scortato” da soluzioni hi-tech diventa incapace di produrre soluzioni alternative
di Lorenzo Cavalieri *
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La combinazione di machine learning e big data disegna uno scenario in cui la tecnologia diventa il paracadute dell’essere umano, l’angelo custode che ci protegge dai nostri errori. È un fenomeno che fa bene all’umanità? Senz'altro, anche se è molto più complesso di quanto istintivamente siamo portati a pensare. Se sei un chirurgo o un pilota il presidio tecnologico dei tuoi errori è una benedizione. Parliamo infatti di errori potenzialmente fatali. La tecnologia però non fa grandi distinzioni etiche, minimizza l’errore umano in tutti i contesti, interviene sia quando si tratta di salvare una vita sia quando si tratta di scrivere correttamente una mail. E qui si pone un problema: il paracadute tecnologico rispetto alle nostre sterminate possibilità di errore è sempre una buona notizia per la nostra vita lavorativa?
Se volessimo affrontare la questione sul piano filosofico potremmo dire che questo interrogativo non ha senso: fare qualcosa significa per definizione poter sbagliare. Non sbagli l’intervento chirurgico perchè lo fa il robot? Sarai sempre libero di sbagliare la diagnosi. Non sbagli la diagnosi perchè la costruisce un sistema intelligente di analisi dei dati? Potrai sempre sbagliare a dialogare con i parenti del paziente. Non sbagli nel dialogo perchè ci pensa un assistente virtuale? Potrai sempre sbagliare a scegliere il collaboratore giusto. E così via. Un inseguimento infinito in cui ci resta sempre una qualche libertà di sbagliare.
Se però scendiamo dal piano filosofico e andiamo sul piano pratico, oggettivamente cominciamo a notare che crescono i ruoli e i mestieri in cui lo spazio per l’errore umano diventa sempre più piccolo. Se fossi un operaio specializzato in un impianto industriale automatizzato mi sentirei da un lato sollevato (non posso fare troppi danni) e dall’altro minacciato (se non posso sbagliare forse domani le mie attività le svolgerà un robot), e avrei la stessa paura se facessi il commercialista o il giornalista.
Oggi però gli studi non riescono a dirci se un mondo del lavoro senza errore umano è un mondo di disoccupati. Prima del Var nel calcio c’erano 4 arbitri, oggi ce ne sono 7. Il tema che dobbiamo porci è piuttosto quello dell’impatto del paracadute tecnologico sul nostro modo di imparare un mestiere e di interpretarlo quotidianamente. Poter sbagliare è infatti fondamentale per il nostro benessere lavorativo, per almeno quattro motivi:
1) Poter sbagliare significa imparare. Si dice che hai imparato a fare qualcosa quando hai sbagliato e ne sei consapevole. Fin troppo banale. Se avessimo un tutore tecnologico che impedisce ai bambini di cadere dalla bicicletta quando sbagliano una curva avremmo ginocchia sane e bimbi che non sanno fare le curve. Qualcuno potrebbe dire; “E allora? Vorrà dire che avremo reso superfluo il saper fare bene le curve”. Certo, ma avremo anche ragazzini con meno coordinazione motoria. Il cervello si sviluppa riconoscendo gli errori. Se la tecnologia non ti permette errori alla lunga purtroppo non te li fa neanche riconoscere. Poco nutrimento per il cervello.
