Caro energia, in Sicilia rischia il fallimento il 20% dei ristoratori
A luglio bollette raddoppiate e in qualche caso triplicate rispetto all’anno scorso e ora si teme per i consumi di agosto. Anche gli alberghi in grande difficoltà
di Nino Amadore
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I punti chiave
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Un primo locale lo ha chiuso nei giorni scorsi, un altro chiuderà il 2 settembre. Non c’è il cartello affisso alla porta ma poco ci manca: «Chiuso per caro energia». Enrico Borrometi è un imprenditore di Pozzallo in provincia di Ragusa e nei suoi locali (un ristorante, una pizzeria, un bar pasticceria e il lido) dà lavoro a quasi 70 persone ma con 15 di questi il contratto è già stato praticamente rescisso. E il peggio, dice, deve ancora venire perché c’è da fare il calcolo sui consumi di agosto.
Ristorazione sull’orlo del fallimento
Quella di Enrico è una storia paradigmatica di un sistema, quello della ristorazione e dell’accoglienza (alberghi e non solo), che rischia di andare a gambe all’aria: il caro energia erode i margini, appesantisce i conti, vanifica gli sforzi fatti, rischia di pregiudicare la qualità. «A luglio – racconta Enrico – mi è arrivata una bolletta, solo per i ristoranti, di 17.190 euro, si può dire il triplo rispetto ai 5.500 euro del luglio 2021. Il mio fornitore mi ha risposto che può fare solo un paio di rate e comunque la situazione è insostenibile perché poi dovrei rateizzare anche agosto. La verità è che bisogna intervenire in altro modo. Intanto ho cominciato a spegnere qualche frigorifero e a cercare tutti i possibili sistemi per risparmiare ma è chiaro che così non si va da nessuna parte. A ciò si aggiunga che registriamo un calo di consumi da parte dei turisti che stimiamo intorno al 35% rispetto all’anno scorso».
Il ristoratore: «Ecco i paradossi del sistema»
Ci spostiamo in un’altra area della Sicilia, a Caprileone in provincia di Messina. Qui si trova l’Antica Filanda, una vera e propria eccellenza della ristorazione siciliana ma non solo. A luglio è stata recapitata una bolletta di 22mila euro, «più del quadruplo rispetto a quanto ho pagato negli anni passati – racconta Nunzio Campisi, uno dei titolari – . Ho chiesto spiegazioni al mio fornitore e la risposta è stata netta: non c’è nulla da fare. Mi è stato detto che c’è il rischio di ulteriori aumenti. Intanto, in un mese siamo passati da 24 a 50 centesimi al kilowattora. Quindi, facendo un esempio per rendere più chiara la situazione, già 10 lampadine da 100 costano 50 centesimi l’ora. Per chi ha un contratto in media tensione non ci sono paracaduti messi a disposizione dallo Stato. Chi sta in bassa tensione può cambiare fornitura, o bloccare un prezzo anche se leggermente più alto per sei mesi o un anno. Noi, no. Se vogliamo, dobbiamo fare richiesta almeno un anno prima. Ma nessuno poteva prevedere cosa sarebbe successo in questo 2022. Prima della pandemia in media in un anno spendevo per l’energia elettrica dai 70mila agli 80mila euro. Quest’anno la previsione è di toccare quota 300mila euro. Significa lavorare a vuoto: in questo modo non avremo nessun guadagno, anzi: stiamo lavorando sotto costo con i clienti con cui abbiamo chiuso contratti mesi fa e a cui non possiamo chiedere un rincaro per l’elettricità».
Ma Campisi sottolinea anche i paradossi del sistema che rischiano di essere punitivi soprattutto in momenti come questi: «Se nell’arco di un mese, magari perché c’è caldo, accendo tutti i condizionatori della struttura, oltre a forni, lavastoviglie e luci, tanto da assorbire 150 kW per 10 minuti invece dei 100 Kw consentiti dal mio contratto anche se capita una sola volta in un mese pago l’aumento di potenza e gli oneri di sistema per l’intero mese. Per l’intero mese e non solo per quei 10 minuti – racconta il ristoratore messinese –. Pensate che prima ci costringevano a pagare così per l’intero anno, solo per quei pochi minuti in cui sforavamo. Almeno questo, in passato, siamo riusciti a farlo cambiare, facendo la voce grossa tutti insieme, come categoria. Adesso, stiamo valutando il da farsi, perché così non riusciremo ad andare avanti ancora per molto. I miei clienti vedono lievitare un conto, si vedono segnati anche caffè e amari che prima omaggiavamo. Adesso non ce lo possiamo più permettere e cerchiamo di recuperare da ogni parte. L’alternativa è il fallimento».
L’allarme: rischiano di chiudere in migliaia
Per comprendere quanto sia grave la situazione in tutta la regione basta sentire per pochi minuti Dario Pistorio, ristoratore catanese e presidente regionale della Fipe di Confcommercio: «I titolari dei più importanti locali di Catania mi chiamano continuamente, – racconta – le bollette di luglio sono state una sberla, quelle di agosto rischiano di essere un pugno: un ristoratore ha pagato 32mila euro a luglio, mille euro al giorno, il doppio dello stesso mese dell’anno precendete. E poi c’è chi ha pagato il triplo e così via. Le nostre non sono considerate aziende energivore e quindi non hanno alcuna agevolazione. Stimiamo che almeno il 20% delle aziende del settore rischia di andare a gambe all’aria per l’aumento del costo dell’energia». Una preoccupazione che ha spinto Confcommercio a chiedere la convocazione di un tavolo tecnico alla Regione: «Bisogna avviare un confronto anche con le aziende fornitrici – dice Gianluca Manenti, presidente regionale di Confcommercio Sicilia –. Il settore rischia seriamente di andare a fondo».


