Giustizia

Cassazione, oltre 3 anni per le sentenze. Aumentano i ricorsi

Al 30 giugno 2024 già centrati i target Pnrr, ma i tempi restano lunghi. Il fisco pesa su nuove cause e pendenze. Leo: «Allo studio misure deflattive»

di Ivan Cimmarusti e Valentina Maglione

(Adobe Stock)

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Servono tre anni per chiudere un procedimento civile in Cassazione. Un po’ meno, in realtà (due anni e otto mesi) se si considerano solo i giudizi contenziosi, analizzati per gli obiettivi concordati con il Pnrr con il calcolo della durata prognostica (disposition time). Ma i tempi si allungano fino a tre anni e mezzo – dato peraltro in aumento rispetto agli anni scorsi – quando si allarga l’esame alla durata media di tutti i procedimenti civili che arrivano sui tavoli della Suprema corte.

È quanto emerge dal report dell’ufficio statistica della Corte di cassazione riferito al primo semestre del 2024, che Il Sole 24 Ore del Lunedì è in grado di anticipare.

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I TEMPI

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I tempi misurati per il Pnrr

Al 30 giugno scorso il contatore del disposition time, che stima il tempo atteso di definizione dei giudizi (calcolato dividendo i giudizi pendenti per quelli definiti in un determinato periodo e moltiplicando per il periodo considerato), è arrivato a 971 giorni, vale a dire due anni e otto mesi. Un dato che rappresenta un successo, perché la riduzione rispetto al valore di partenza (1.302 giorni nel 2019) ha già portato a raggiungere l’obiettivo finale di 977 giorni, fissato dal Pnrr per il 30 giugno 2026.

Al di là dei target concordati, va però detto che si tratta di quasi tre anni di attesa per chiudere il grado di legittimità di un giudizio contenzioso, che ha già compiuto le fasi di merito (e in tribunale e corte d’appello si sta rivelando più complicato raggiungere gli obiettivi sul taglio del disposition time previsti dal Pnrr).

La durata media «generale»

È invece in aumento l’altro indicatore sui tempi analizzato dalla Cassazione, vale a dire la durata media di tutti i procedimenti definiti nel primo semestre 2024: è arrivata a tre anni, cinque mesi e 23 giorni, cioè 1.268 giorni totali, in salita rispetto ai 1.208 giorni del primo semestre 2023 e ai 1.225 giorni dello stesso periodo del 2022.

Si tratta di un indicatore calcolato diversamente rispetto al disposition time, perché misura la durata effettiva dei procedimenti (considerando la data di iscrizione e quella di decisione), non quella prognostica. Va inoltre considerato che il dato sul disposition time non include i ricorsi in alcune materie procedurali, che comunque appesantiscono l’attività della Suprema corte: regolamento di competenza d’ufficio, errore materiale, regolamento di giurisdizione d’ufficio e ricorso non notificato.

Peraltro, la durata media dei procedimenti si riduce a poco meno di tre anni (due anni e 11 mesi) se dal calcolo si toglie la sezione tributaria della Cassazione. Nei fatti, la durata media dei procedimenti nella sezione tributaria arriva al dato di 1.722 giorni (quattro anni e otto mesi), in calo rispetto ai 2.152 giorni del 2022 ma in aumento sul primo semestre del 2023, quando l’indicatore segnava quattro anni e cinque mesi (1.629 giorni).

LE PENDENZE

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Arretrati e ricorsi

Sul fronte arretrati continua il calo che si registra da qualche anno. Tra gennaio e giugno 2024 il magazzino liti è stato pari a 91.718, in diminuzione del 14% rispetto a quanto emerso nello stesso periodo del 2022 e del 9% sul 2023. Circa il 43%, cioè 39.498, sono procedimenti fiscali, alcuni risalenti a più di dieci anni fa, che ancora attendono di essere definiti. Anche per il comparto fiscale c’è una flessione, pari all’8,6% rispetto al 30 giugno 2023, ma siamo ben lontani dall’obiettivo Pnrr di tagliare questo arretrato monstre che rallenta il funzionamento di tutta la sezione tributaria. Si pensi che nel magazzino ci sono 21.153 cause per imposte dirette e 9.356 per tributi locali.

L’OGGETTO DEL CONTENZIOSO

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Un aspetto che potrebbe aggravare il quadro è rappresentato dalle nuove iscrizioni, cioè i ricorsi depositati sempre in questo primo semestre. Stando all’ufficio statistica, infatti, si sta assistendo a una nuova impennata di iscrizioni che – dopo la diminuzione nel 2023 – tornano a crescere su valori corrispondenti agli anni precedenti. In particolare, si è passati dai 13.307 dei primi sei mesi del 2023 ai 14.311 del 2024 (nel 2022 erano 15.495). A trainare le nuove iscrizioni è soprattutto la sezione tributaria, che da sola ha incassato 5.201 impugnazioni, un +36% se paragonato alle 3.816 dell’anno scorso (ma ancora sotto i 5.478 dei primi sei mesi del 2022).

A cosa è dovuto questo trend? Gli osservatori concordano sul fatto che sarebbe legato alla sospensione per 11 mesi dei termini di impugnazione connessa alla definizione agevolata del 2022. In tanti, tra i contribuenti, hanno preferito non aderire a questa chance per scarsa convenienza. Intanto, però, il blocco delle impugnazioni aveva prodotto nel 2023 un calo dei nuovi ricorsi, che sono poi stati proposti nel 2024.

Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, annuncia al Sole 24 Ore che «abbiamo intenzione di studiare, in collaborazione con la Cassazione, conti pubblici permettendo, altre misure deflattive del carico pendente».

Peraltro, ci sono diverse altre misure deflattive già messe in campo da aprile, anche per i gradi di merito. Ci sono lo schema d’atto, il contraddittorio preventivo, l’obbligo di motivazione rafforzata dagli atti impositivi, il concordato preventivo biennale, l’autotutela obbligatoria, la riduzione delle sanzioni e, per ultima, la conciliazione ora estesa in Cassazione. Sono misure che potranno farsi sentire anche sui giudizi di legittimità, con effetti però misurabili solo nel medio-lungo termine.

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