Intervista

Castagna: «BancoBpm campione di impieghi, con UniCredit rischio stretta alle Pmi»

Parla l’ad di piazza Meda: «Non vogliamo fare barricate, abbiamo fatto la nostra mossa su Anima. Ora tocca a UniCredit dire che cosa intende fare, se rilanciare o far cadere l’offerta. Fiducia dal Credit Agricole»

di Luca Davi

GIUSEPPE  CASTAGNA  AMMINISTRATORE  DELEGATO   BANCO  BPM

7' min read

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Non vogliamo fare barricate ma andiamo avanti per la nostra strada. Abbiamo fatto la nostra mossa su Anima, siamo stati chiari e coerenti con il mercato. Ora tocca a UniCredit dire che cosa intende fare, se rilanciare o far cadere un’offerta che, tra le altre cose, inciderebbe anche sull’erogazione di credito alle Pmi». A valle dell’assemblea di piazza Meda – che venerdì scorso ha dato il via libera al rilancio su Anima – la battaglia tra UniCredit e BancoBpm sembra più incerta che mai. La proposta di scambio da 10,1 miliardi promossa da UniCredit è oggi in bilico tra un rilancio da parte di piazza Gae Aulenti e il suo ritiro, dopo che BancoBpm ha deciso di tirare dritto sulla Sgr a prescindere dal riconoscimento del Danish Compromise, il provvedimento che garantirebbe uno sconto patrimoniale per le acquisizioni, tema su cui Bce ed Eba devono però esprimersi. In questo scenario, il ceo di BancoBpm Giuseppe Castagna duella a distanza con il ceo di UniCredit Andrea Orcel, che proprio ieri è andato in visita a Palazzo Chigi. E in questa intervista al Sole 24Ore, spiega le sue ragioni. E perché rimanda al mittente un’offerta su cui, dice, «c’è indeterminatezza».

Partiamo dall’assemblea che ha dato via libera in maniera bulgara al ritocco del prezzo per Anima. Si aspettava un risultato così rotondo?

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Sì, perché era logico il vantaggio per i nostri azionisti e per quelli di Anima. Abbiamo prospettato un piano di crescita solido che poggia su un percorso sviluppato in questi anni, e con importanti prospettive per il futuro legittimate dai risultati eccellenti che abbiamo generato nel 2024 e dall’entrata a regime delle fabbriche prodotto. Con Anima avremo a regime 500 milioni di ricavi e 200 milioni di utili in più, una banca con fonti di reddito bilanciate al 50% tra commissioni e margine di interesse, con ricavi più stabili, una politica di distribuzione generosa per gli azionisti e meno rischi, perché per la banca ci sarà minor assorbimento di capitale.

Al risultato hanno contribuito tutti i soci, ma uno in particolare vi ha dato fiducia: il Credit Agricole, che però è anche in trattative con UniCredit per il rinnovo dell’accordo sulla bancassurance. Lo interpreta come segnale di fiducia nei vostri confronti anche in vista dell’Opa? Oppure le cose sono da tenere slegate?

Non posso commentare sui nostri azionisti, ma siamo contenti se anche il Credit Agricole, che ha portato in assemblea il suo 9,9%, ci ha dato fiducia. Così come ci conforta sapere che tutti gli altri azionisti ci hanno supportato, anche i fondi di investimento che partecipano agli azionariati di entrambe le banche (BancoBpm e UniCredit, ndr): ciò dimostra che il tentativo di sminuire la nostra operazione non ha avuto grandi risultati. Noi abbiamo messo sul tavolo un piano molto chiaro e convincente per i nostri azionisti. Dall’altra parte invece, considerate le condizioni inusuali e lo sconto persistente, non c’è una reale offerta sulla quale ragionare, quindi è anche molto difficile chiedere agli azionisti che tipo di orientamento possono avere sull’Ops. Vorremmo chiarezza sulla proposta di chi prospetta ai nostri azionisti di passare dalle azioni BancoBpm a quelle UniCredit. Manca chiarezza anche sulla strategia: non so se UniCredit voglia crescere in Germania, che cosa voglia fare della Russia, se vuole espandersi in Est Europa, le sue intenzioni su Generali. I nostri azionisti meritano chiarezza. E poi non mancano i rischi per i territori.

LA MAPPA DEL CREDITO DI BANCOBPM

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Quali?

Il più evidente è legato agli impatti sui rischi di una stretta al credito. BancoBpm è concentrata unicamente in Italia, in particolare nelle regioni più dinamiche del Paese, e finanziamo al 100% aziende italiane. Non fa lo stesso UniCredit che, avendo più geografie da dover coprire, destina soltanto il 38% delle risorse ai finanziamenti in Italia, ai dati 2023. Una fusione tra le due banche potrebbe causare una riduzione significativa degli affidamenti al sistema Italia, in particolare alle piccole e medie aziende.

Il ceo di UniCredit Andrea Orcel, intervistato dal nostro giornale, ha detto però che con voi intende rafforzare il suo impegno sulle Pmi.

In questi casi uno più uno non fa mai due. Quando la propria quota di mercato cresce, c’è una naturale predisposizione a rivedere la gestione del rischio, eliminando le sovrapposizioni degli affidati. Il secondo problema è che abbiamo differenti target di clientela. Noi guardiamo soprattutto alle Pmi. Per essere vicini ai territori ci vuole un’organizzazione capillare capace di gestire anche i piccoli finanziamenti delle Pmi e che sia in grado di dialogare con tutte le constituency imprenditoriali e associative territoriali: siamo sicuri che in caso di fusione questa capacità di dialogo rimarrà immutata? Stesso tema sui mutui: i dati del 2023, ultimi disponibili, registrano che abbiamo erogato il 52% in più rispetto a UniCredit pur avendo il 30% di filiali in meno. Senza contare che l’eventuale crescita potenziale di UniCredit all’estero può aggravare ulteriormente questa “distanza” dai territori. Ecco perché vogliamo trasparenza. Se l’operazione di crescita si limitasse all’Italia si potrebbe vedere una certa predisposizione per destinare all’Italia la maggior parte delle sue attività. Quando invece c’è l’obiettivo immediatamente successivo prevede la conquista di una banca all’estero (Commerzbank, ndr) che è una volta e mezzo BancoBpm, allora ci si sbilancia ancora di più sui mercati esteri. E questo è un tema per il Paese. Pensiamo a quanto sta accadendo in Spagna, con l’offerta di Bbva, che è esposto all’estero, su Banco Sabadell, che invece è concentrato in una delle regioni più ricche del Paese, la Catalogna: non è un caso che l’antitrust non abbia ancora dato il via libera all’operazione.

A proposito di Governi. Il nostro in questi giorni è impegnato nella valutazione del deal nell’ambito del Golden Power: secondo lei l’Esecutivo dovrebbe intervenire?

Non tocca a me dirlo. Il Governo ha gli strumenti idonei per agire nell’ambito delle regole della normativa, in una logica di giusta competizione e di equilibrio nell’erogazione del credito alle imprese, fattori che sono fondamentali per accompagnare la crescita del Pil del Paese.

In Europa tuttavia da più parti, Vigilanza compresa, si auspica la costruzione di gruppi più grandi. Fare fusioni non significa essere più competitivi anche in Europa?

I piani sono diversi. L’auspicio in Europa è quello di creare gruppi cross border in grado di competere con i gruppi americani e asiatici, e per fare questo servono regole e condizioni che consentano alle banche di poter crescere al di fuori dei propri confini nazionali. Nel nostro caso, si va invece a eliminare la presenza di un competitor nazionale leader, che è il maggior competitor delle due grandi banche del Paese e a ridurre la concorrenza, dopo la già pesante riduzione che c’è stata negli ultimi anni. Che cosa rimarrà alla fine di quello che impropriamente chiamiamo risiko? Meno competizione, meno spazi di negoziazione da parte dei clienti sulle singole operazioni e un rischio evidente di cadere in un oligopolio. Non mi sembra una gran notizia per il tessuto imprenditoriale ed economico del Paese.

Tra queste operazioni, ce n’è una che vi vede coinvolti in veste di azionista, ovvero l’offerta di Mps su Mediobanca. Che posizione avete?

Stando fuori dal board di Mps, non abbiamo partecipato alla scelta del lancio dell’Ops su Mediobanca. Siamo concentrati sul nostro lavoro e non vogliamo distrazioni. Dopodiché fra un mese e mezzo vedremo lo stato dell’arte sulla nostra e sulle altre banche e prenderemo la migliore decisione nell’interesse della nostra banca.

UniCredit dice che la vostra mossa di cambiare le condizioni su Anima e l’incertezza sugli impatti a patrimonio legata al riconoscimento del Danish Compromise rende incerta la situazione. Che cosa risponde?

Noi ci siamo mossi in piena coerenza e trasparenza, convocando l’assemblea per chiedere di alzare il prezzo su Anima e chiedere se si poteva o meno rinunciare a una o più delle condizioni previste dall’offerta, tra cui la conferma del Danish Compromise sull’acquisizione di Anima. Ci siamo fatti dare in anticipo questa delega proprio perché sotto Passivity rule e, essendoci ora riappropriati della fisiologica flessibilità, ne valuteremo l’esercizio se e quando sarà il momento. In ogni caso siamo convinti che il Danish Compromise verrà applicato. Adesso tocca a loro spiegare che cosa intendono fare, se vogliono ritirarsi o invece vogliono rivedere l’offerta. Noi ci muoveremo a prescindere. Da parte nostra c’è chiarezza e coerenza, dall’altra parte c’è indeterminatezza.

Quando scatterà l’offerta su Anima?

Aspettiamo le autorizzazioni di Bankitalia e Ivass, poi toccherà a Consob autorizzare il documento di offerta. Stimiamo che dalla seconda parte di marzo si possa partire con l’offerta.

L’andamento dei due titoli evidenzia che l’offerta di UniCredit è ancora a sconto. Se l’offerta di UniCredit venisse meno non teme un contraccolpo sul titolo e un indebolimento che potrebbe mettervi nuovamente a rischio sul mercato?

Noi abbiamo dimostrato che, facendo bene la banca commerciale, e creando qualcosa che dia valore a tutti gli stakeholder e ai territori, si possono generare grandi soddisfazioni per gli azionisti, come dimostra un total shareholder return superiore al 1000% negli ultimi cinque anni. E le prospettive date dal nostro piano industriale sono ancora più positive alla luce dei risultati conseguiti; pensiamo anche solo al dividendo, mediamente 1 euro all’anno, che è più del 10% rispetto al corso attuale del titolo. Nell’immediato potrebbe anche venir meno un po’ di effetto speculativo, elemento però che non interessa agli azionisti a lungo termine che invece guardano al valore che ancora possiamo generare. Una banca come la nostra sarà sempre protagonista delle prospettive di crescita e aggregazione. Senza l’offerta noi rimarremmo protagonisti sul mercato perché abbiamo una grande capacità di sviluppo.

Senza Ops di UniCredit, vi ributtereste nel risiko?

Con l’operazione Anima avevamo a cuore la messa in sicurezza in Italia di un operatore strategico nel mondo del risparmio, e con l’ingresso nel capitale di Mps, seppure collegato all’operazione con Anima, avremmo potuto creare le premesse per un dialogo con Siena. Il blitz di UniCredit ha interrotto questo percorso. Tuttavia, qualora dovessimo rimanere da soli, penso che saremo ancora di più al centro di potenziali operazioni di aggregazione, ovviamente con banche che abbiano un giusto “fit” con noi.

Sembra di capire che farete barricate fino all’ultimo. È così?

Non siamo qui per un approccio barricadero. Noi abbiamo un bellissimo progetto industriale mentre dall’altra parte c’è un grande punto interrogativo in termini di prezzo, valore, rischi, strategie e prospettive. Se vuole, UniCredit può fare un’offerta concreta e i nostri azionisti la possono valutare, ma oggi dati i termini è evidente che questa offerta non sia ricevibile. Serve capire cosa c’è sul piatto e allora tutti potranno farsi un giudizio chiaro.


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