Corte europea dei diritti dell'Uomo

Cedu, Italia condannata per inchiesta inefficace sulla morte di un operaio Ilva

Le corti interne non hanno indagato a sufficienza per stabilire il nesso di causalità tra l'esposizione all'amianto e la morte

Lo stabilimento ex Ilva visto dai tetti del quartiere Tamburi, 19 settembre 2013. ANSA / CIRO FUSCO

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La Corte europea dei diritti dell'Uomo condanna l'Italia per l'indagine inefficace sull'origine del tumore polmonare che ha portato alla morte, nel 2010, di un operaio dell'Ilva, esposto all'amianto. Per i giudici di Strasburgo, le giurisdizioni interne si sono espresse a più riprese e in maniera non univoca, senza poter arrivare ad affermare un nesso causale tra la morte del dipendente dello stabilimento di Taranto e le sostanze nocive inalate a causa dell'attività svolta. Il giudice per le indagini preliminari - precisa la Cedu - nel 2022 ha archiviato il caso pur affermando che, malgrado il tabagismo dell'operaio Ilva, l'origine professionale della malattia “multifattoriale” che lo ha ucciso non potesse essere esclusa.

Nel ricorso alla Cedu la moglie e il figlio dell'operaio hanno sostenuto che l'Italia ha violato il diritto alla vita, tutelato dall'articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell'Uomo, sotto il profilo procedurale, per non aver dato seguito alla causa che avevano intentato per omicidio colposo. Per i giudici di Straburgo le indagini interne si sono “perse” nall'individuare i manager responsabili della mancata attuazione delle misure di protezione, visto l'avvicendamento in quegli anni.

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Nell'interrompere l'indagine, le autorità avevano, infatti, scelto di non esaminare le prove che, a loro parere, avrebbero permesso di identificare le persone con una posizione di garanzia, nel predisporre le misure di sicurezza all'interno dello stabilimento, nel periodo in cui c'era stata l'esposizine alle sostanze tossiche. In più non hanno considerato la perizia che dimostrava la correlazione tra la malattia dell'uomo e la sua esposizione a sostanze nocive sul luogo di lavoro.

Il nesso tra esposizione e malattia

Nella sentenza la Cedu evidenzia in particolare che, tenuto conto della giurisprudenza nazionale in materia e del fatto che non era stata esclusa fin dall'inizio un'origine professionale della patologia di cui era morto l'operaio, le autorità avrebbero potuto ordinare ulteriori indagini per accertare l'eventuale esistenza di un nesso di causalità tra l'esposizione a sostanze nocive e il decesso, per individuare i responsabili di eventuali violazioni delle misure di sicurezza. «Ne consegue che i tribunali nazionali non hanno fatto sforzi sufficienti per accertare la verità e che la decisione di archiviare l'indagine non è stata adeguatamente motivata», scrive la Cedu, concludendo che «quindi l'inchiesta non è stata efficace».


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