Opinioni

Ci vorrebbe un Pnrr per Balcani e Ucraina

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L’assistenza finanziaria all’Ucraina è un argomento che con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca è divenuto ancora più centrale. Con l’aggressione della Russia, l’Ucraina ha perso l’accesso al mercato del credito che avrebbe altrimenti mantenuto. In questo contesto, sin dall’inizio del conflitto, l’Unione europea ha introdotto diverse azioni per sostenere il Paese aggredito. Così facendo l’Ue ha ribadito la sua adesione ai principi di diritto internazionale e in particolare alla Carta delle Nazioni Unite che, all’articolo 2 comma 4, prevede che i suoi Membri “devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato”. L’Ue ha applicato le sanzioni verso la Russia, congelando centinaia di asset; accolto i rifugiati attraverso permessi per la protezione temporanea; fornito materiali militari e aiuto militare finanziario attraverso la European Peace Facility; offerto assistenza macro-finanziaria all’Ucraina. Quest’ultima è stata attivata a più riprese a partire dal 2022 per un valore di circa 26 miliardi di euro in prestiti e doni, e più di recente, l’Ue ha creato lo Strumento per l’Ucraina. Si tratta di 50 miliardi di euro che sono dati all’Ucraina ma per la gran parte, come ha stigmatizzato anche Trump durante il recente colloquio con Macron, sotto forma di prestiti, 33 miliardi di euro. Alla luce di un possibile disimpegno americano, queste cifre sono destinate a salire. Inoltre, una recente decisione ha previsto che i profitti generati dal congelamento degli asset russi serviranno per il ripagamento di tali prestiti.

Occorre osservare che, come avvenuto durante la pandemia con il programma Next Generation EU, le risorse che foraggiano lo Strumento per l’Ucraina sono in larga parte ottenute con debito dell’Ue il cui ripagamento è assicurato dal bilancio comune e da apposite ulteriori garanzie fornite dagli Stati Membri, così da mantenere un rating a tripla A. Analogamente a quanto avviene per il PNRR, le risorse sono distribuite all’Ucraina al raggiungimento di obiettivi qualitativi e quantitativi, stabiliti in un Piano per l’Ucraina. Si tratta dunque di prestiti e doni condizionati all’implementazione di riforme strutturali, nonché ad una serie di principi, tra cui lo stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali.

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Di recente, usando un’espressione di Federico Fabbrini, la “tecnologia” alla base del PNRR è stata ripetuta nello Strumento per le Riforme e la Crescita per i Balcani occidentali. Difatti, al fine di agevolare la convergenza economica necessaria per un futuro allargamento a questi Paesi, quali l’Albania, la Bosnia-Erzegovina, il Kosovo, il Montenegro, la Macedonia del Nord e la Serbia, l’Ue ha attivato un programma che subordina il pagamento delle tranche all’attuazione di riforme e investimenti concordati.

Si può dunque osservare come l’Ue abbia esteso l’esperimento PNRR anche alla cooperazione economica, finanziaria e tecnica con Paesi non-Ue. Si tratta di una “tecnologia” efficace perché l’incentivo economico offerto con prestiti agevolati e doni è forte. Al tempo stesso, nel nuovo modello di governance dei fondi europei, i Paesi beneficiari restano liberi di scegliere il loro piano nazionale con le rispettive priorità. Il nuovo meccanismo è premiale e non sanzionatorio, innescando una spirale virtuosa che si basa sui risultati, escludendo finanziamenti a pioggia. Inoltre, questo modello consente contemporaneamente all’Ue di avanzare la sua agenda politica. Difatti, i piani nazionali sono redatti in stretta collaborazione con la Commissione europea e devono rispettare alcuni macro-obiettivi di portata transnazionale, come la digitalizzazione e transizione verde. Questi aspetti ci indicano che siamo di fronte a una moderna forma di integrazione europea, basata sul reperimento comune e il dispiegamento di risorse in modo strategico. Le finanze assumono dunque un ruolo trasformativo nell’architettura dell’Ue. Questo passaggio segna una virata anche concettuale dell’Ue che prende le mosse dall’essere un ente prettamente regolatore. Tale svolta è in qualche modo auspicata nel Rapporto Draghi che delinea un percorso per costruire un’Europa più preparata - anche finanziariamente - a rispondere alle sfide del secolo piuttosto che incentrata su ulteriori regole.

Bocconi Lab for European Studies

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