Audiovisivo

Cinema e fiction, più investimenti obbligatori per l’on demand (ma non per le Tv)

Il Consiglio dei ministri ha dato l’ok alle modifiche del Testo unico per i servizi media audiovisivi (Tusmav). Inaspriti gli obblighi in produzioni e cinema italiano per Netflix & co. mentre rimane tutto fermo (con leggera riduzione per le sottoquote cinema) per Mediaset e le altre Tv commerciali

di Andrea Biondi

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Quote di investimento obbligatorie in produzioni originali di produttori indipendenti italiani inasprite per le piattaforme di video on demand, da Netflix in giù. Nessun cambiamento su questo fronte, invece, per le Tv lineari commerciali (da Mediaset in giù) che portano a casa forse non quanto avrebbero voluto, ma che comunque incassano una riduzione degli obblighi di investimento nella cosiddetta “sottoquota cinema” (tanto contestata proprio dal gruppo di Cologno).

Comunque è un doppio binario, che per certi versi si allarga, quello che piattaforme di video on demand e Tv lineari dovranno seguire dopo l’approvazione delle disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 208, recante il testo unico dei servizi di media audiovisivi (Tusmav).

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Le modifiche sul fronte Vod

Quello delle quote non è il solo elemento delle modifiche al Testo unico dei servizi audiovisivi che ha avuto il via libera, il 20 marzo, del Consiglio dei ministri, ma è sicuramente il punto più dibattuto, anche negli ultimi giorni, che ha portato, ad esempio, le associazioni dei produttori cinematografici dell’Anica a lanciare l’allarme sulla riduzione del possibile impegno che il Tusmav impone a piattaforme di video on demand e Tv lineari con obblighi di investimenti in opere di produttori indipendenti (e quindi non legati a broadcaster).

Alla fine il risultato prevede che Netflix, Amazon Prime Video e altri operatori del video on demand dovranno destinare una quota del 16% dei propri introiti netti annui in Italia a produzioni “europee”. Questa quota è in discesa rispetto al vigente 20%, ma con aumento dal 50 al 70% della parte “italiana”. Tradotto: i Vod dovrebbero investire l’11,2% dei propri introiti netti in Italia (adesso è al 10%) a favore dei produttori indipendenti italiani.

Inizialmente una operazione del genere era stata prevista anche per le tv lineari commerciali con una discesa della quota europea dal 12,5% al 10%, ma aumento dal 50% al 70% della parte italiana, come per i Vod, che avrebbe voluto dire per le Tv commerciali investire in opere italiane il 7% del fatturato annuo in Italia (adesso è 6,25%).

Su quest’ultimo versante alla fine la scelta è stata quella di non modificare, in aggiunta al varo di una riduzione dal 3,5% al 3% di investimenti obbligatori in sottoquota cinema italiano (titoli usciti negli ultimi cinque anni). Punto, quest’ultimo, che invece viene aggravato per le piattaforme, passando dal 2% al 3 per cento.

In questo quadro la scelta del Cdm è stata quella di dare luce verde a un testo in cui, come spiegato, «viene eliminata la possibilità di introdurre ulteriori sottoquote di programmazione e di investimento rispetto a quelle già fissate dal Tusmav nonché di aumentarne la percentuale minima prevista».

Le associazioni di settore avevano anche chiesto sottoquote per documentari e animazione e limiti temporali per i diritti acquisiti da tv e piattaforme, con la possibilità per i produttori di mantenerne in parte la titolarità. Nulla di tutto ciò. Ma comunque il ministero della Cultura, come detto dalla sottosegretaria al Mic Lucia Borgonzoni al Sole 24 Ore del 15 marzo, è pronto a intervenire agendo sulla nuova disciplina del Tax credit audiovisivo, in via di rivisitazione.

Sanzioni invariate

Il testo uscito dal Cdm non ha infine toccato le sanzioni - «da 100.000 euro a 5.000.000 euro, ovvero fino all’uno per cento del fatturato annuo, quando il valore di tale percentuale è superiore a 5.000.000 euro» - mentre ha previsto una azione di «contrasto, alla tendenza contemporanea di distruggere o comunque ridimensionare gli elementi o simboli della storia e della tradizione della Nazione (cancel culture)».

Punto, quest’ultimo, sul quale il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano esprime «grande soddisfazione» parando al Sole 24 Ore. «Parliamo di una azione di contrasto necessaria - dice – contro la cancel culture, che riguarda i simboli di una nazione, di un popolo». Quanto alle quote il ministro respinge l’idea di “favore” a Mediaset: «Fra le Tv commerciali non c’è solo Mediaset. E comunque le nostre decisioni sono state assunte nell’esclusivo interesse generale». Il Cdm del 20 marzo ha dato l’ok anche al nuovo contratto di servizio della Rai 2023-2028.

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