Cinque videogiochi da mettere in valigia per una estate diversa e alternativa
Esiste una tipologia di gamer che usa i tempi dilatati dell’estate per scoprire qualcosa di nuovo. Vuole dire allocare il proprio tempo ludico al di fuori dei consueti binari
di Luca Tremolada
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Per un videogiocatore l’estate è un periodo diverso dagli altri. Perché si sta più all’aperto, si ricaricano le pile, perché teoricamente vuole dire meno schermi. Per alcuni di noi (adulti) non è così. Chi parte per le vacanze e non si può portare dietro pc, console e monitor deve rifugiarsi nel telefonino o optare per macchine da gioco portatili che peraltro stanno vivendo una nuova vita. A parte Nintendo Switch che è ibrida, sul mercato è arrivata Asus Rog Ally e a breve altri Pc-mascherati da console debutteranno in Italia. Per i giocatori mobili, quelli che un tempo erano definiti casual gamer, cambia davvero poco.
Ma c’è anche una fetta di giocatori che pur riducendo il consumo di gaming usa i tempi dilatati dell’estate per scoprire qualcosa di nuovo. Vuole dire allocare il proprio tempo ludico al di fuori dei consueti binari, uscire dal seminato, dai titoli tripla-A, dai budget milionari e dai kolossal commerciali. Vuole dire provare videogiochi indipendenti, piccole produzioni a volte autoriali che è difficile trovare in cima agli scaffali o in altro nelle “timeline” degli store digitali.
Il primo gioco diverso è Deep Rest che almeno nel titolo non promette nulla di rilassante e scacciapensieri. È un gioco horror, una riflessione sulla salute mentale. Si trova su Steam ed è stato realizzato da AzaGameStudio, una piccolissima software house specializzata in esperienze narrative molto curate. Per ora c’è solo l’accesso a una demo. Sappiamo che si utilizza un sistema di interazione vecchia scuola, di quelli punta e clicca. Non sappiamo se sia il migliore videogioco dedicato al disagio mentale. Di certo non è l’unico.
Di tutt’altro genere è Smushi come home (Nintendo Switch, Pc e Mac) dove sostanzialmente siete un fungo nel senso del miceto. Un uccello vi rapisce e vi lascia in un bosco lontano da casa e sta a voi trovare la strada. L’impatto artistico è quello degli ultimi Zelda. Si risolvono enigmi, si incontrano creature come la lumaca, esperti di funghi, e si imparano un sacco di cose. È un gioco che ha un merito: viaggia lento. Zero adrenalina. Ottimo per un pomeriggio estivo.
A differenza di Humanity. Qui ci dobbiamo sedere e prendere una pausa perché parliamo di un titolo sviluppato da Tha Ltd. Il primo è il laboratorio creativo fondato da Tetsuya Mizuguchi. Lui è uno dei game designer giapponesi più folli e visionari di sempre. Il suo nome è dietro a giochi come Space Channel 5. Tetris Effect e Rez. Insieme a lui c’è l’artista e visual designer Yugo Nakamura. Humanity è difficile da inquadrare. Assomiglia ai Lemmings. Ogni livello inizia con una cascata di umani che dal cielo atterra sul campo di gioco e che dovete condurre all’uscita. Per alcuni questi sono giochi ingiocabili, interessanti da raccontare ma affatto divertenti da giocare. Forse è anche vero, perché cercare qualcosa che non c’è nei videogiochi è un difetto di personalità presente in gran parte della critica videoludica. Humanity però è anche una esperienza sensoriale perché riporta a galla ricordi di videogiochi e suggestione del passato, della prima del videogame, quella dove si sperimentava tantissimo e senza troppe inibizioni commerciali.





