Finanza sostenibile

Clima e biodiversità, il 38 % dei gestori leader è in Europa

Emerge dal tradizionale report di Prometeia sulla sostenibilità. E l’effetto Trump sul settore? Tutto dipenderà dalla domanda degli investitori

di Andrea Curiat

 REUTERS/David Gray/File Photo

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L’Europa guida l’impegno della finanza sostenibile: è nel Vecchio Continente, infatti, che si concentra il 38% di asset manager che si qualificano come leader sia nelle pratiche per mitigare il cambiamento climatico, sia in quelle volte a favorire e proteggere la biodiversità. Il 13% dei gestori degli investimenti registra invece punteggi Esg bassi: la maggior parte di questi underperformer ha sede negli Stati Uniti. La quarta edizione del “Sustainable asset management survey” condotto dalla società di consulenza Prometeia conferma quindi un gap tra Usa ed Europa, che si inserisce però in un contesto in cui le pratiche e gli obiettivi su climate change e biodiversità sono sempre più diffuse.

Il sondaggio annuale di Prometeia ha coinvolto un campione di circa 50 asset manager internazionali, rappresentativi di un totale di 26mila miliardi di euro di attivi in gestione. Tra i diversi temi analizzati dal sondaggio vi è una novità di quest’anno: l’integrazione della biodiversità nelle strategie di investimento da parte dei gestori, tramite metriche e target specifici o policy pubbliche, e il modo in cui si confronta con un altro tema più consolidato come il cambiamento climatico.

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Buone notizie sul fronte del clima

Prima di tutto, le buone notizie: il cambiamento climatico è definitivamente riconosciuto come un tema rilevante per gli operatori del risparmio gestito. La biodiversità? È ancora “in costruzione”, ma sta crescendo rapidamente, dimostrando così che l’industria ha imparato almeno qualche lezione dagli altri temi Esg. Guardando ai dati del sondaggio, risulta quindi che il 98% del campione ha già integrato i rischi e le opportunità collegate al climate change nelle proprie strategie d’investimento, e una buona percentuale (83%) si è mossa anche per la biodiversità. Inoltre, l’87% ha già provveduto a definire metriche e obiettivi per il cambiamento climatico e il 72% ha affrontato questo tema con una policy ufficiale e pubblica; ma la percentuale crolla al 47% quando si parla di biodiversità su entrambi i fronti.

I tre ambiti

Secondo Claudio Bocci, senior partner Prometeia e responsabile della business line Asset Manangement, l’impegno dei gestori sul climate change e sulla biodiversità si articola su tre ambiti distinti: «Si parte dall’adozione di queste tematiche nei propri processi, ad esempio con programmi di monitoraggio relativi al consumo dell’acqua, al waste management, all’impiego della forza lavoro e ad altri fattori ancora».

Il secondo ambito, spiega il responsabile, consiste nel misurare e incorporare delle metriche nell’ambito dei processi di risk management, «il che vuol dire articolare sempre di più gli investimenti anche tenendo conto di queste tematiche».

Il terzo livello è quello più proattivo: «Parliamo del lancio di fondi sostenibili che investono in strumenti per gestire la transizione climatica, la biodiversità e altri temi che potremmo definire più ampiamente come nature related risks», prosegue Bocci.

Una road map per la biodiversità

Guardando nello specifico alla biodiversità, stando alle osservazioni di Prometeia molti asset manager hanno sviluppato una roadmap, un percorso graduale di avvicinamento agli obiettivi Esg. Il primo passo consiste tipicamente nell’aderire a uno standard internazionale, come la Task force on Nature-related financial disclosure (Tnfd), che aiutano a individuare degli standard per il settore.

La seconda fase è quella in cui si adotta, a livello corporate, una serie di pratiche nella propria rendicontazione non finanziaria. La terza è quella più evoluta, che vede il lancio di fondi specifici sulla biodiversità e la definizione di target numerici su cui basarne la rendicontazione. «Molti operatori - aggiunge Bocci - si collocano oggi a cavallo tra la prima e la seconda fase».

L’Europa è leader in questo percorso virtuoso. E l’Italia? «I player italiani sono tendenzialmente allineati a quelli europei. La distinzione non è su base geografica, ma di dimensione degli asset manager. Sono infatti i gruppi più grandi i primi ad avere la vocazione a rispondere alle tematiche Esg, perché gli stakeholder di riferimento lo richiedono», risponde Bocci.

Resta da vedere se la nuova Presidenza Trump, manifestamente avversa alle politiche di sostenibilità, causerà un aumento del gap tra Vecchio e Nuovo Mondo. «Tutto dipende dalla domanda degli investitori, che sono i clienti degli asset manager, oltre che dai cambiamenti normativi. Può darsi che l’attuale fase porti a una discontinuità e, forse, a un vantaggio per i grandi asset manager europei sul fronte della sostenibilità, ma è tutto da vedere», conclude il responsabile Prometeia.

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