Climate change, i crediti di carbonio per le aziende che puntano a “emissioni zero”
Una taskforce internazionale (Tsvcm) guidata da Mark Carney ha presentato la road map per sviluppare un mercato con un potenziale da 50 miliardi di dollari
di Vitaliano D'Angerio
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Emissioni zero i CO2 entro il 2050. O dimezzate entro il 2030. Negli ultimi mesi ci sono stati ripetuti annunci da parte di multinazionali che hanno promesso di tagliare le emissioni di gas serra per contribuire al contenimento del riscaldamento del pianeta. A spingere verso queste dichiarazioni, c’è la pressione di investitori istituzionali come i grandi fondi pensione del Nord Europa, che non ci pensano due volte a espellere dal proprio portafoglio i grandi inquinatori. A chiedere un taglio alle emissioni è stato di recente anche Larry Fink, capo di BlackRock, nella lettera inviata a gennaio ai manager di tutto il mondo.
Difficile però che un’azienda possa azzerare del tutto le emissioni di CO2. Si potrà arrivare a una soglia minima. Come si farà dunque a rispettare questi target? La soluzione è il mercato volontario di crediti di carbonio che, in prospettiva, ha una potenzialità da 50 miliardi di dollari di controvalore. «ll credito di carbonio è un’unità di carattere finanziario che rappresenta la rimozione di una tonnellata di CO2e (CO2 equivalente, ndr) dall’atmosfera. Si ottiene attraverso progetti che evitano, riducono o sequestrano gas a effetto serra e può essere acquistata come mezzo per compensare appunto le emissioni di aziende»: a parlare è Andrea Maggiani, fondatore di Carbonsink, azienda italiana che sviluppa in tutto il mondo progetti che generano crediti di carbonio e scelti da imprese che vogliono compensare le proprie emissioni.
Maggiani è anche l’unico rappresentante di un’azienda italiana ad aver partecipato ai lavori della Taskforce on Scaling Voluntary Carbon Markets (Tsvcm): la taskforce è guidata da Mark Carney, ex governatore della Banca d’Inghilterra, e punta a sviluppare il mercato volontario dei crediti di carbonio su larga scala, a supporto degli obiettivi del trattato di Parigi sul climate change.
Come funziona il mercato volontario
Per capire meglio il funzionamento del mercato volontario di crediti di carbonio e soprattutto l’utilità per il clima, possiamo fare l’esempio dell’azienda di logistica o petrolifera che ha promesso le emissioni zero. Ebbene, per quanto si impegnino, sarà difficile azzerare del tutto la CO2 visto il loro core business. Promesse di facciata? No, perché l’impegno è stato preso davanti agli investitori internazionali: dovranno però raggiungere la soglia minima ovvero ridurre per la loro quota parte l’emissione di carbonio così da rispettare gli impegni del trattato di Parigi.
Per la quota che non riescono ad azzerare dovranno acquistare dei crediti di carbonio sul mercato volontario. Non c’è un obbligo di legge come avviene per il mercato regolamentato (per esempio l’Emission Trading System dell’Unione europea), ma è chiaro l’interesse delle aziende, soprattutto di quelle quotate: pena la perdita di fiducia degli investitori nei loro confronti.


