Fed, l’enigma Warsh (e l’ombra di Trump)
dal nostro corrispondente Marco Valsania
di Andrea Gennai
3' min read
3' min read
L’inflazione è alle stelle in Italia e nel Vecchio Continente ma comprare bond indicizzati all’inflazione in questa fase potrebbe essere molto rischioso. Può sembrare un paradosso, ma non lo è. «Chi non ha - spiega Mario Allegra, responsabile investimenti Alfa Scf - BTp indicizzati in portafoglio non è forse il momento migliore per comprarli, semplicemente perché va a pagare un rateo di inflazione molto alto. Significa comprare un’inflazione che si avvia verso il 10% con una forte volontà politica e monetaria di ridurla e quindi anche con un elevato rischio tassi. Chi invece li ha già in portafoglio, comprati anche due anni fa, ha maturato una plusvalenza da coefficiente di inflazione e può mantenerli».
Tra i titoli più gettonati dal retail italiano c’è il BTp Italia che offre un rendimento molto allettante con l’inflazione così alta. «Oggi il BTp Italia a 4 anni (maggio 2026) ha una cedola reale - continua Allegra - dello 0,55 annuo e quota intorno alla parità. L’ultima cedola è stata staccata a maggio e la prossima lo sarà a novembre. Il coefficiente di inflazione maturato dall’ultimo pagamento fino a questo momento è intorno al 2,2%. Probabile che da oggi a novembre possa continuare a salire linearmente e arrivare intorno al 4%. Questo significa che su base annualizzata il rendimento da inflazione sarebbe intorno all’8% (rivalutazione del capitale) senza contare la cedola reale».
La convenienza o meno di un titolo indicizzato è sempre funzione della differenza a scadenza tra inflazione prospettica (break even inflation), oggi al 2,2% circa a 4 anni, e inflazione realizzata. Vista l’inflazione corrente molto alta si può pensare che difficilmente l’inflazione media di periodo annualizzata nei prossimi anni sarà del 2,2% e questo favorisce la scelta di un titolo indicizzato rispetto a uno normale, ma le incognite sono comunque elevate. Anche i complessi sistemi di calcolo di questi strumenti possono renderli poco convenienti se l’inflazione si stabilizza. «Quello che bisogna monitorare infatti - aggiunge Allegra - è l’indice Foi dell’inflazione italiana che registra gli incrementi negli ultimi sei mesi. Oggi l’indice sta a 112,3 ma vista la rapidità con cui è salito potrebbe stabilizzarsi o addirittura arretrare nei prossimi semestri annullando di fatto la remunerazione da inflazione su un BTp Italia, anche perché tecnicamente nel calcolo del coefficiente di indicizzazione si prende come base il valore massimo del numero indice dei prezzi rilevato nei semestri precedenti».
Oltre al BTp Italia legato all’inflazione del nostro paese, c’è il BTp inflation linked Eu legato all’inflazione europea che ha un indice e un meccanismo di calcolo diverso quindi sono difficilmente confrontabili. «Quest’ultimo infatti - prosegue Allegra - paga le cedole ma non la rivalutazione del capitale ogni semestre, rinviando il pagamento della componente di capitale inflazionata alla scadenza. Oggi ad esempio il titolo settembre 2026 ha un coefficiente di inflazione del 23,5% contro il 2,2% del BTp Italia di pari scadenza. In sostanza si porta dietro tutta l’inflazione accumulata e paga solo la cedola sul capitale inflazionato. Il tasso reale è del 3,10% annuo che viene pagato sul titolo, un buon flusso ma l’obbligazione quota 112 e di fatto il suo rendimento reale è quasi nullo, oltre al rateo dell’inflazione accumulata».
Dal punto di vista dei flussi, sicuramente il BTp Italia è più indicato pagando oltre alle cedole anche il coefficiente di inflazione ogni semestre. Il BTp Italia ha anche un altro vantaggio in caso di discesa dell’inflazione. «Il BTpei (legato all’inflazione europea) - spiega Giacomo Alessi, analista indipendente - è un classico inflation linked che si compra e si vende moltiplicando il capitale investito per un coefficiente inflattivo. In caso di inflazione positiva tale coefficiente sarà superiore a 1 in caso di deflazione sarà inferiore a 1. I BTp Italia invece proteggono dal rischio deflattivo in quanto tale coefficiente non può scendere sotto 1 al momento del rimborso e la rivalutazione viene “pagata” sotto forma di cedola alla rilevazione di evento inflattivo tra una cedola e l’altra». La cautela sul segmento è massima. «Oggi - conclude Alessi - il tasso fisso è piuttosto generoso e che i titoli inflation linked sono più un rischio che una protezione. Gran parte degli indicizzati all’inflazione hanno overperfomato e ora offrono rendimenti reali negativi o molto bassi».