Come integrare i redditi di chi lavora ma è in difficoltà
La discussione sul Reddito di cittadinanza, fin dall’inizio, si è focalizzata sul disincentivo che questo strumento rappresenterebbe per il lavoro e, in particolare, quello regolare.
di Andrea Garnero
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La discussione sul Reddito di cittadinanza, fin dall’inizio, si è focalizzata sul disincentivo che questo strumento rappresenterebbe per il lavoro e, in particolare, quello regolare. Il tema esiste, anche se nel dibattito italiano è stato fortemente semplificato: trovare il punto di equilibrio tra sostegno al reddito e incentivi al lavoro è complesso ovunque. Lo è ancora di più in un Paese in cui le disuguaglianze territoriali e il lavoro nero sono più importanti. Non significa che sia impossibile e che sia tutto da buttare.
Fin da subito gli esperti avevano sottolineato, senza essere ascoltati, alcuni problemi nel disegno della misura che rappresentano un freno per le persone che vogliono lavorare. Attualmente se chi percepisce il reddito comincia a lavorare come dipendente, perde 80 centesimi di ogni euro guadagnato. Se si aggiungono i costi di trasporto, babysitting e pranzi fuori, lavorare rappresenta una perdita finanziaria netta (per gli autonomi le regole sono un po’ diverse, ma sempre penalizzanti).
Il nuovo governo ha scelto di optare per la soluzione più radicale, eliminando il sostegno economico per gli «occupabili» (vedremo definiti come); di aumentare gli incentivi per le imprese (che, però, paiono del tutto disinteressate visto che in tre anni solo 282 persone ne hanno beneficiato) e di consentire il cumulo nel caso di stipula di contratti di lavoro stagionale o intermittente fino a 3mila euro lordi.
Tuttavia si tende a dimenticare che oggi ci sono già 172mila persone (il 7,4% dei beneficiari totali, a cui vanno aggiunti i componenti dei loro nuclei familiari) che ricevono il reddito di cittadinanza, pur avendo un lavoro regolare. Il reddito di cittadinanza finirà anche per loro? Si tratta di lavoratori che tra bassi salari, poche ore e contratti discontinui non riescono a guadagnare abbastanza per far uscire il proprio nucleo familiare da una situazione di povertà (almeno secondo i criteri definiti dalla legge, non necessariamente quelli statistici).
In Italia, prima dell’introduzione dell’assegno unico per i figli, solo il 50% dei lavoratori poveri percepiva una qualche prestazione di sostegno al reddito (trasferimenti monetari per disoccupazione, disabilità, malattia, assistenza sociale, assegni familiari, abitazione) rispetto a una media nell’Unione europea del 65 per cento. In particolare, in Italia continua a mancare uno strumento specifico per integrare i redditi dei lavoratori poveri. Un trasferimento di questo tipo, che in inglese si chiama in-work benefit, letteralmente trasferimento a chi lavora, non solo permetterebbe di aiutare chi si trova in una situazione di difficoltà economica pur lavorando, ma rappresenterebbe anche un significativo incentivo finanziario al lavoro, con effetti positivi sull’occupazione regolare.

