Pubblica amministrazione

Come poter ripensare lo Stato regolatore per una vera riforma

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Ri-formare, etimologicamente, richiama l’esigenza di conferire una nuova forma a qualcosa che già esiste ma per la quale si avverte la necessità di apportare novità di carattere sostanziale tanto da attribuire alla stessa una nuova “forma”. Conferire una nuova forma, tuttavia, significa anche (soprattutto) incidere in senso sostanziale sulla materia, in modo da dar forma (e vita) a un qualcosa di strutturalmente diverso da quello fino a ora conosciuto. Volendo rimarcare, in positivo, il concetto di riforma a cui vorrei riferirmi, a mo’ d’esempio posso ricordare, nel diritto processuale penale, il passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio (1989); in campo fiscale, la riforma Vanoni (1951) o quella Visentini (1975); e si potrebbe continuare con altri esempi in differenti materie (tra tutte, riforma Bassanini, 1997). Nulla in comune con quelle che oggi, non so perché, vengono pomposamente etichettate come “riforme”, mentre sono, al più, modeste misure a favore di pochi e, peraltro, con un intrinseco, pessimo messaggio di laissez-faire soprattutto per coloro i quali ricoprono cariche pubbliche.

È dalle cariche pubbliche, o meglio, dal mondo pubblico che, viceversa, si dovrebbe partire per ri-formare quello che è, dal mio punto di vista, il più aggressivo male italiano, identificabile nel cattivo funzionamento della pubblica amministrazione. Che, nel tempo, ha smarrito quel carattere di trasparenza e imparzialità ben indicato nella Costituzione.

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Sono molto limitati gli effetti sortiti, nel tempo (senza andare eccessivamente indietro, val la pena ricordare la legge 124 del 2015), dagli interventi con intenti riformatori sul tema, sebbene tutti siano stati sempre presentati come finalizzati a creare un’amministrazione moderna, incrementare l’efficienza dell’apparato e l’efficacia della azione, con l’introduzione di sistemi di valutazione delle performance dei lavoratori pubblici che ne esalti il “merito” e con la eliminazione o lo snellimento di norme e procedure ritenute inadatte alle esigenze di cittadini e imprese. Tale scia appare seguita, da ultimo, dalla riforma della Pa 2025/2027 presentata nell’ambito del Piano strutturale di bilancio di medio termine.

La mancanza che si avverte in modo sostanziale è quella di un pensiero di lungo respiro, capace di capovolgere il rapporto Pa-cittadino, affermando senza tentennamenti che la Pa dev’essere esclusivamente servente rispetto alle esigenze del cittadino e delle imprese, senza altra funzione.

Un punto di partenza, che potrebbe essere dirompente e creare un nuovo ruolo dello Stato e, per estensione, della Pa, si rinviene nel mondo delle imprese che, oggi, si caratterizza per l’esistenza di variegati “monopoli” pubblici, per i quali è difficile rinvenire un fil rouge che li lega e dal quale dedurre la logica sottesa.

Il dilemma, certo non nuovo, è riassumibile nella vetusta disfida tra i sostenitori dello Stato attore economico e i sostenitori dello Stato con funzioni esclusive di regolatore. Mettendo da parte gli inutili estremismi, le ineludibili esigenze riformatrici non possono che ispirarsi a un cambio di paradigma dell’esistente, per generare un nuovo modo di essere e di costruire una comunità, abbandonando il facile ruolo di attore economico, per ricoprire, ed esercitare in modo continuativo e impeccabile, quello, più complesso, dell’integerrimo regolatore.

In campo economico, la strada da percorrere non può che essere quella di limitare l’azione dello Stato attore solo ai pochi settori strategici (difesa, fisco, giustizia, istruzione, sanità) e alla tutela effettiva delle persone economicamente e socialmente svantaggiate e, in non pochi casi, in stato di grave indigenza (art. 3 della Costituzione), esaltandone il ruolo di “arbitro” e di “regolatore” del mercato. Pensare una innovata politica di privatizzazioni, emendata dagli errori del passato (in questo senso, fa scuola la vicenda Telecom), potrebbe essere utile per chiarire i confini tra pubblico e privato ed evitare sconfinamenti, confusioni e creazione di monopoli o oligopoli incompatibili con la democrazia economica. È evidente che, per arrivare a un qualche risultato, vi è, a monte, l’esigenza di disporre di una classe dirigenziale – non solo politica – di ampie vedute e lungimirante: ma, pur nella consapevolezza della sua attuale inapplicabilità, il problema va posto sin da subito. Non ci si può rassegnare a far parte di una comunità che non progredisce, perché sopraffatta dal contingente e dalla logica delle appartenenze – da cui discende lo strapotere di quell’amicismo immorale di cui altre volte ho scritto – che rappresenta, nel contingente, uno dei motivi principali della “fuga dei cervelli” e della debolezza dell’Italia nei contesti internazionali.

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