Commercio, eolico, case e opere d’arte: ecco il patrimonio da 4 miliardi di Matteo Messina Denaro
È di circa 4 miliardi la stima (probabilmente per difetto) del patrimonio sequestrato e confiscato a prestanome di Matteo Messina Denaro, il boss di Calstelvetrano arrestato dopo 30 anni di latitanza
di Nino Amadore
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Quattro miliardi. Euro più euro meno. È la stima (probabilmente per difetto) del patrimonio sequestrato e confiscato a prestanome di Matteo Messina Denaro, il boss di Calstelvetrano finalmente arrestato dopo 30 anni di latitanza. C’è stato di tutto nel patrimonio del capomafia trapanese: la grande distribuzione commerciale, impianti eolici, villaggi turistici, immobili, opere d’arte grazie al suo compaesano Giovanni Franco Becchina che secondo alcuni pentiti sarebbe stato sarebbe un ricettatore di reperti archeologici trafugati per conto della famiglia Messina Denaro.
A Matteo Messina Denaro piacevano i picciuli (i soldi) ma soprattutto piaceva il lusso. E lo si capisce da quell’orologio che indossava al momento dell’arresto: una cosuccia da 30mila euro. Ed è proprio lì, sui picciuli, che hanno puntato gli inquirenti in parallelo con una caccia al latitante che spesso è sfumata nel nulla per poco. E così nel tempo chi si è cimentato con indagini sul patrimonio mobiliare e immobiliare dei Messina Denaro si è trovato di fronte un pozzo senza fondo e una grande capacità di coinvolgere gli imprenditori.
Uno di questi è Giuseppe Grigoli, cui è stato sequestrato un patrimonio di 700 milioni di euro: Grigoli, condannato per essere stato il braccio imprenditoriale di Matteo Messina Denaro, era il proprietario di una rete di supermercati della Grande distribuzione organizzata targati Despar: al re dei supermercati, come era stato ribattezzato Grigoli, sono stati prima sequestrati e poi confiscati dodici società, 220 fabbricati (palazzine e ville) e 133 appezzamenti di terreno per 60 ettari. Ed è stato Grigoli a mettere nei guai Becchina: ha raccontato ai magistrati di avere ricevuto dal collezionista d’arte di Castelvetrano, tra il 1999 e il 2006, buste piene di soldi che aveva il compito di consegnare a Vincenzo Panicola, cognato di Matteo Messina Denaro.
Un’altra parte della ricchezza del boss di Castelvetrano è arrivata secondo investigatori e magistrati grazie all’energia eolica. E anche in questo caso la scure dei sequestri si è abbattuta duramente. Il settore è stato curato per conto del boss dall’imprenditore trapanese Vito Nicastri, l’ex elettricista di Alcamo e pioniere del green in Sicilia, che per anni avrebbe tenuto le chiavi della cassaforte del capomafia. A Nicastri, definito il re del vento, è stato sequestrato un patrimonio di un miliardo e mezzo di euro.
Ci sarebbero stati i soldi del capomafia, secondo i magistrati, nell’ex Valtur, un colosso del turismo del valore di miliardi di proprietà di Carmelo Patti, l’ex muratore di Castelvetrano divenuto capitano d’azienda e finito nei guai per un’accusa di evasione fiscale. Braccio destro di Patti, raccontano le inchieste, era il commercialista Michele Alagna, padre di una delle amanti di Messina Denaro, Francesca, che al boss ha dato una figlia mai riconosciuta. Nel 2018 il tribunale di Trapani ha sequestrato a Patti beni per 1,5 miliardi, un delle misure patrimoniali più ingenti mai eseguite, disse la Dia: i sigilli vennero messi a resort, beni della vecchia Valtur, una barca di 21 metri, un campo da golf, terreni, 232 proprietà immobiliari e 25 società.


