Comuni, la fuga dei dipendenti: +45% di dimissioni in sei anni
I dati del Rapporto Ifel: 16mila uscite volontarie l’’anno contro le 11mila del 2017. Pesano le distanze retributive: negli enti locali stipendi medi inferiori del 19,6% rispetto ai ministeri e del 23,2% sulle agenzie
3' min read
3' min read
Gli anni del turn over al lumicino sono lontani, la riforma delle assunzioni è operativa dal gennaio 2022, i decreti sul Pnrr hanno dato altre spinte ai contratti ma l’organico dei Comuni rimane esangue: oggi nei 7.896 municipi italiani lavorano 341.659 persone, il 27% in meno rispetto ai picchi del 2007, e la dinamica è rimasta piatta negli ultimi due anni nonostante le spinte al reclutamento. Come mai?
Oltre a fornire i numeri aggiornati degli organici, l’edizione 2025 del Rapporto Ifel sul personale dei Comuni presentata ieri a Milano al coordinamento delle Anci regionali offre anche la spiegazione. Semplice: «Follow the money», in sintesi estrema.
Follow the money
A seguire la moneta, quella degli stipendi, sono i dipendenti pubblici e gli aspiranti tali, disegnando con le loro scelte la geografia di una Pa che non è tutta uguale. Nei Comuni i soldi sono meno, e il personale, quando può, fugge con le mobilità verso posti pagati in modo meno francescano.
La dinamica è spiegata con una certa efficacia dai dati che misurano il fenomeno delle dimissioni. Nel 2017 le uscite dagli uffici comunali dettate da motivi diversi dal pensionamento erano 11mila, e dopo qualche anno di crescita lenta ma costante si sono impennate dal 2020 per toccare quota 16mila nel 2023, ultimo anno fotografabile in base ai censimenti ufficali. In sei anni, il balzo è del 45,5%.
La ragione, si diceva, è negli stipendi. Che nei Comuni sono mediamente più bassi in virtù del principio, discutibile, che nel pubblico impiego alleggerisce le retribuzioni man mano che ci si allontana dai centri del potere statale e ci si avvicina ai cittadini.


