Confluenze tra Pascali e Scialoja
Il sodalizio umano e artistico dei due artisti nella mostra al Teatro Kursaal Santalucia. Il mercato si concentra sul maestro
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Del sodalizio umano e artistico che per alcuni anni legò Pino Pascali (Bari 1935- Roma 1968) e Toti Scialoja (Roma 1914-1998), dà conto in maniera dettagliata “Confluenze”, la mostra promossa dalla Fondazione dedicata all’artista pugliese e dal Dipartimento Turismo, Economia della Cultura e Valorizzazione del Territorio della Regione Puglia e realizzata in collaborazione con la Fondazione Toti Scialoja di Roma.
L’esposizione, accompagnata da un catalogo Electa e curata da Federica Boragina, Eloisa Morra e Antonio Frugis, è allestita sino al 4 maggio al primo piano del Teatro Kursaal Santalucia di Bari e si articola in cinque sezioni attraverso ben 115 tra dipinti, sculture, documenti e video, che mettono in luce la serie di sperimentazioni condotte dai due artisti, generate da suggestioni comuni e caratterizzate da affinità tematiche e consonanze procedurali.
Il dialogo
L’incontro tra i due artisti prende l’avvio quando nel 1955 Pascali si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Roma, in cui Scialoja è docente di scenotecnica e artista già affermato in contatto con le contemporanee esperienze artistiche internazionali, in particolare con l’Espressionismo americano, la cui influenza si avverte nella gestualità libera ed energica con cui – assecondando la sua attitudine alla sperimentazione e al rinnovamento – affronta la superficie del quadro.
Della comune fascinazione per la materia – per Pascali secondo Scialoja una sorta di ossessione – dà conto la prima sezione della mostra attraverso opere come “Scavo” (1957 ca) di Scialoja, caratterizzata dall’addensarsi grumoso e stratificato del colore, e “Paesaggio lunare” (1963) di Pascali, un delicato piccolo notturno dai colori quasi liquefatti.
La cultura americana
Ma a legare i due artisti è anche l’interesse per la cultura artistica americana e per la sua influenza sull’arte europea, di cui la seconda sezione della mostra offre puntuale testimonianza. È del 1960, anno in cui Scialoja torna a New York, dove già era stato tre anni prima, l’imponente polimaterico “Manhattan”, una sorta di evanescente notturno fatto di impronte, cui fanno da contraltare “New York Pop” e “New York” degli anni 1966-1967 di Pascali, in cui pittura e collage si integrano in efficace sintesi, giustapponendo elementi tratti dall’iconografia dell’”american way of life”.







