Intervista a Matteo de Nora

«Coppa America, la scelta vincente di Barcellona per un evento da un miliardo di euro»

Il boss di Team New Zealand spiega la scelta di spostare l’evento dalla Nuova Zelanda e le ricadute economiche dell’edizione 2024 della competizione sportiva più antica del mondo

di Antonio Vettese

Afp

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Si può stimare che il giro d’affari che è connesso alla Coppa America che si disputa a Barcellona sia vicino al miliardo: 700 forse 750 milioni per i sei team, 150 milioni per la organizzazione diretta dell’evento, più un impatto ancora da valutare ma che è facile prevedere porterà in alto il ritorno per l’afflusso di tifosi. Le date dell’evento, per esempio, sono state studiate per allungare la stagione turistica. ACE, America’s Cup Event, ha scelto Barcellona in Europa al posto di Auckland, sede del Royal New Zealand Yacht Squadron formalmente Defender. Uomo chiave di questa decisione, assieme a Grant Dalton, è stato Matteo de Nora, team principal di Emirates Team New Zealand. 

Nome e cognome italiano con passaporto americano, è un imprenditore in diversi campi legati alla chimica e alla farmaceutica, ha una passione vera per la Nuova Zelanda, dove ha diverse residenze e ha costruito le sue barche a vela con cui ha navigato tutto il mondo più volte. «La vela è stato l’unico modo per vedere certi luoghi del mondo – dice - con una prospettiva impossibile con altri mezzi di trasporto o i mega yacht». Segue, o meglio dire, ha tenuto in vita nei momenti difficili, il team neozelandese fin dalla sconfitta del 2003, e da allora con Grant Dalton lo ha portato alla vittoria del 2017 a Bermuda. E’ convinto che la barca più veloce vincerà «ma il ruolo degli uomini non è cambiato, anzi. A queste velocità non bisogna sbagliare, non hai tempo per decidere».

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Dottor de Nora, ci può parlare un poco di budget? Per un team, per la manifestazione, per la città.

Per i team, varia significativamente. Ad un estremo ci sono i francesi, poi il team neozelandese e all’altro estremo probabilmente c’è Alinghi Red Bull Racing. La mia ipotesi è di circa 50 milioni di euro per i francesi e più di 200 per Alinghi. Per la città, la cifra è stata ufficializzata: Barcellona ha pagato direttamente 70 milioni di euro per la Coppa. Inoltre vanno aggiunte infrastrutture, altre spese e un minimo garantito di sponsorizzazioni. L’evento è più complesso da quantificare perché non si tratta solo della Coppa. Ci sono gli e-sport, le donne, i giovani, il progetto dell’idrogeno, la sostenibilità, le Onlus come la vela per non vedenti, ecc. È un numero più globale. Per noi anche la Tv è un costo. Non utilizziamo la Tv come fonte di entrate; se lo vedessimo come un’entrata, il costo diminuirebbe, ma anche la visibilità dell’evento si ridurrebbe. Quando si considerano i costi, è necessario tenere presente la filosofia alla base di un evento gratuito in cui sono gratis la Tv, il villaggio regate ecc. Il pubblico non ha nessuna spesa. Questa filosofia cambia le dinamiche ed il costo dell’evento.

Organizzare l’evento pesa o distrae Team New Zealand? 

Il Defender è responsabile della gestione dell’evento. Può essere una distrazione, ma dipende dal team e da come organizza l’evento. Alcuni suggeriscono che l’evento dovrebbe essere sempre indipendente dal team: è un’idea fantastica finché non vinci la Coppa, perché a quel punto il nuovo Defender vuole fare a modo suo. È come nel Signore degli Anelli: una volta indossato l’anello, non vuoi più toglierlo.

Quale è la forza di Team New Zealand e in cosa è tanto diverso dagli altri team? 

È una questione di cultura e di management orizzontale in cui tutti – spero - sentono di potersi esprimere il più possibile e portare immediatamente sul tavolo sia le buone sia le cattive notizie. E poi ovviamente il direttore d’orchestra, Grant Dalton nel nostro caso.

Come siete arrivati alla scelta di Barcellona come sede delle regate? E’ giusto dire che questa coppa per sponsor e team partecipanti è molto europea?

Sì, è una Coppa molto europea. Abbiamo scelto Barcellona attraverso un processo, al termine del quale avevamo Malaga, Barcellona e Arabia Saudita. Abbiamo avuto la sensazione che Barcellona potesse dare qualcosa in più: la Coppa avrebbe proseguito quanto cominciato con le Olimpiadi del ‘92. Poi, il nome: tutti conoscono Barcellona e tutti amano Barcellona e siamo completamente soddisfatti della scelta: la città ha risposto come ci aspettavamo. Dopo tre settimane il villaggio era stato visitato da 680.000 persone e il nostro obiettivo sono 2,5 milioni durante l’evento».

Louis Vuitton è tornato come title sponsor della Coppa, forse è utile anche per riportare uno stile e una atmosfera particolari?

Louis Vuitton riporta molto più di un’atmosfera. È un partner che, come ha dimostrato in 40 anni di storia, oltre al prestigio, sa come garantire la crescita dell’evento attraverso una collaborazione positiva e costruttiva.

Siete ancora convinti che fosse necessario lasciare Auckland per la difesa? Proprio nessun rimpianto? 

«Convinti. Sarebbe stato del tutto impraticabile organizzare la Coppa in Nuova Zelanda, ancor più di quanto si potesse prevedere in quel momento. Quindi no, nessun rimpianto».

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