Corte Suprema Usa: no a licenziamento perché gay
Un lavoratore non può essere licenziato perché gay o transgender: lo ha deciso la Corte Suprema degli Stati Uniti, stabilendo che la legge federale deve proteggere da ogni discriminazione sul lavoro
di Marco Valsania
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È una di quelle sentenze che promettono di lasciare un profondo segno, sulla società e sulla politica americane. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha ampliato le protezioni contro la discriminazione sul lavoro, estendendole esplicitamente a persone gay e transgender. La Corte, con una robusta maggioranza di sei alti magistrati contro tre, ha stabilito che la legislazione sui diritti civili che vieta la discriminazione sulla base del sesso, per la precisione il Title VII del Civil Rights Act del 1964, va applicata anche all'orientamento e all'identità sessuale.
Una decisione a sorpresa
Il rilievo della decisione è fuor di dubbio: in oltre metà dei 50 stati americani era fino ad oggi possibile essere licenziati soltanto per il proprio orientamento o identità sessuale, per essere gay, bisessuali o transgender. A rendere ancora più significativa e sorprendente la svolta è il fatto che sia arrivata da una Corte considerata a solida maggioranza conservatrice. Con i quattro giudici di ispirazione liberal, per renderla possibile, si sono schierati il presidente della Suprema Court John Roberts e Neil Gorsuch, il primo di due alti magistrati nominati da Donald Trump. Gorsuch è stato l’autore della motivazione della sentenza per conto della maggioranza. «Un datore di lavoro che licenzia un individuo semplicemente perché è gay o transgender è in violazione della legge», ha scritto il giudice nella motivazione, un documento di 168 pagine che contiene anche i dissensi degli altri tre magistrati.
Un nuovo ago della bilancia?
La messa al bando della discriminazione sul lavoro si è rivelata più ardua da raggiungere di un'altra pietra miliare dei diritti della comunità gay: il diritto costituzionale al matrimonio per coppie dello stesso sesso. Questo era stato ottenuto nel 2015. Allora però l’ago della bilancia all’interno della Corte, in particolare sui diritti dei gay, era il magistrato Anthony Kennedy, originalmente su posizioni conservatrici ma spostatosi negli anni verso atteggiamenti moderati e spesso anche vicini ai liberal diventando un voto influente e cruciale per decisioni considerate progressiste. Kennedy, che si è ritirato dalla Corte nel 2018, era stato l’autore di tutte e quattro le opinioni di maggioranza in passato emerse a favore dei diritti della comunità fino appunto a quella sul matrimonio gay. Gorsuch era invece considerato strettamente legato al movimento conservatore, tanto che alcune associazioni in queste ore hanno denunciato la sua decisione alla stregua di un tradimento. Al di là dell'esempio di Kennedy, non è raro tuttavia nella storia americana che alti magistrati, la cui nomina è a vita proprio per garantirne indipendenza da pressioni politiche, si stacchino e evolvano dalle loro iniziali ideologie e posizioni.
Trump accetta il verdetto
Lo stesso presidente Trump, in un segno di cambiamento dei tempi, ha indicato di accettare il verdetto, nonostante la sua amministrazione avesse preso formalmente posizione in Corte contro l'estensione delle protezioni anti-discriminazione: «Qualcuno è rimasto sorpreso, ma hanno deciso e rispettiamo la loro decisione – ha detto Trump -. Una decisione molto forte». La Casa Bianca si è tuttavia finora caratterizzata anzitutto per altre scelte che hanno suscitato polemiche su questo fronte, vietando di fatto a persone transgender di servire nelle forze armate e allentando norme contro la loro discriminazione in campo sanitario.
Aziende a favore della decisione
Numerose aziende, in un'altra indicazione della crescente spinta al cambiamento, si erano schierate a favore dell'estensione dei diritti contro la discriminazione sessuale. Oltre 200 società, per l'esattezza, avevano presentato documentazione a sostegno dei casi arrivati al cospetto della Corte Suprema. I 206 nomi della Corporate America che si sono schierati vanno da AT&T e Bank of America, da BlackRock a Bloomberg, da Deutsche Bank a Estee Lauder, da Levy Strauss a Lyft, da Walt Disney a Xerox, solo per citarne alcuni. Hanno affermato esplicitamente che non vietare una simile discriminazione avrebbe avuto conseguenze negative per i business, i loro dipendenti e l'economia statunitense».


