Intervista a Teresa Babuscio

Corteva: «Innovazione strategica per colture più resistenti e risparmio di acqua»

Il ruolo del biotech e delle tea cruciale per ottimizzare la produzione delle colture secondo Teresa Babuscio, direttore relazioni istituzionali Emea di Corteva, big da 17 miliardi che in Italia ha 4 siti produttivi ed è titolare di 98 varietà di sementi

di Alessio Romeo

Qualità e autosuffcienza. L’Italia è famosa in tutto il mondo per la qualità delle produzioni ma non è autosufficiente in quasi tutte le materie prime agricole chiave

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«Le sfide del sistema di produzione alimentare globale ci impongono di accelerare il passo nell’adozione delle innovazioni. Se perdiamo questa opportunità, costringeremo la prossima generazione a dover scegliere se servire le persone aumentando le superfici per la produzione o servire l’ambiente limitando l’aumento delle terre da coltivare. È una scelta che nessuno dovrebbe essere costretto a fare, dobbiamo agire adesso per allineare i quadri normativi, rimuovere le barriere commerciali e servire le generazioni future».

A parlare è Teresa Babuscio, direttore delle relazioni istituzionali per Europa, Medio Oriente e Africa (e membro della direzione generale Europa) di Corteva Agriscience, il colosso dell’agrochimica da 17 miliardi di dollari di fatturato nato a seguito della fusione tra Dow e DuPont, dal 1999 proprietaria del marchio Pioneer e dal 2019 quotata alla Borsa di New York. Insieme agli altri tre giganti del settore: Bayer, Basf e Syngenta, controlla oltre due terzi del mercato mondiale di fitofarmaci e sementi per l’agricoltura. In Italia ha quattro siti produttivi con 650 impiegati, ha realizzato vendite per oltre 275 milioni nell’ultimo anno ed è titolare di 98 varietà di sementi in commodity chiave come mais e soia. Con le nuove acquisizioni di inizio anno (Symborg e Stoller) è leader nel mercato dei prodotti destinati all’agricoltura biologica.

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Ora, come tutti i grandi investitori dell’agribusiness attende il via libera Ue alle nuove biotecnologie. L’appello lanciato da Babuscio nasce dalla constatazione che, dopo il lungo stop dovuto all’equiparazione delle nuove tecniche genomiche (Tea) con i vecchi Ogm, i tempi della ricerca non aspettano quelli della politica, soprattutto in uno scenario come quello attuale di crescenti squilibri e crisi alimentari dovuti a conflitti e emergenza climatica.

L’approvazione della riforma prima delle elezioni europee del 2024 «permetterebbe agli agricoltori europei di trarre enormi vantaggi da questa innovativa tecnologia di miglioramento genetico, al pari degli agricoltori di altre parti del mondo. Insieme ad altre soluzioni, le Tea permettono di coltivare in modo sostenibile abbondanti quantità di alimenti per una popolazione in crescita, producendo colture più resistenti con minore utilizzo di acqua, nutrienti e terra. Dobbiamo chiederci che tipo di agricoltura vogliamo in Europa e, quindi, in Italia, per porter stare al passo con i tempi, il resto del mondo e le sfide climatiche che si pongono, con urgenza, oggi».

Sulle Tea l’Italia ha fatto da apripista autorizzando per prima in Europa la sperimentazione in campo. Che benefici si attende?

I vantaggi delle Tea comprendono una migliore resilienza delle culture, resistenza alle malattie, migliore qualità delle piante, controllo dei parassiti e, infine, l’attivazione di nuovi sistemi colturali a beneficio di agricoltori, consumatori e ambiente. Ma per arrivare ad avere le prime colture sperimentali in campo va resa effettivamente applicabile tale normativa, e auspichiamo che ciò accada quanto prima.

Un tempo l’Italia era leader nella ricerca agricola, è possibile recuperare il terreno perduto?

Non direi che il nostro Paese sia uscito dal novero dei leader per la ricerca. Una visione strategica per l’agricoltura italiana, insieme a risorse adeguate per il completamento di piani di ricerca che spesso richiedono una visione di medio-lungo periodo, sono elementi che potranno fare la differenza nel recuperare il tempo perduto. Non è troppo tardi; l’importante è rendersi conto che l’innovazione in agricoltura ha una valenza strategica enorme per il nostro sistema agroalimentare.

L’Europarlamento ha respinto il taglio del 50% sui fitofarmaci entro il 2030, giudicato irrealistico dagli agricoltori: il Green Deal sta lasciando spazio a una politica più realista o è solo una battuta d’arresto?

Il regolamento sull’uso sostenibile dei fitofarmaci è un’opportunità, ma è fondamentale che gli agricoltori europei abbiano accesso a un pacchetto completo e innovativo di soluzioni per la protezione delle colture.

Le grandi multinazionali come la vostra puntano però sempre più sui cosiddetti biologicals. Che spazi reali ci sono per ridurre l’uso della chimica in agricoltura?

I biologicals, accanto alle soluzioni tradizionali, possono contribuire ad aumentare la sostenibilità e portare valore alle aziende agricole, saranno il segmento con più rapida crescita nel settore della protezione delle colture, con un incremento del 25% entro il 2035, ma non sostituiranno i prodotti tradizionali, che rimangono strumenti fondamentali per la produzione agricola.

Il mondo dell’agrochimica è criticato per l’eccesso di concentrazione, con tre grandi gruppi che controllano oltre tre quarti del mercato mondiale.

Riconosciamo che ci sono alcune criticità sulle dinamiche di mercato del settore. I progressi tecnologici e le innovazioni nel comparto agricolo hanno portato a un aumento delle economie di scala, favorendo le grandi società che possono capitalizzare gli investimenti in ricerca.

L’Italia è famosa in tutto il mondo per la qualità delle produzioni ma non è autosufficiente in quasi tutte le materie prime agricole chiave. Il deficit è destinato a crescere in futuro?

Succederà sicuramente se l’impresa agricola non riuscirà ad essere economicamente sostenibile. Bisogna pensare all’impresa agricola come unità fondamentale del nostro sistema agroindustriale, senza la quale il sistema non si regge. Le produzioni tipiche sono asset unici e irripetibili, che consentono di essere competitivi di fronte a un’offerta internazionale di alimenti che beneficiano spesso di costi di produzione più bassi.

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