La figlia del clan racconta la ’ndrangheta a caccia della libertà
di Raffaella Calandra
di Giulia Crivelli
5' min read
5' min read
La gioielleria è sempre stata considerata un’arte aulica e ha goduto (e gode tuttora) ovunque, in ogni epoca di un prestigio particolare. Nel suo Viaggio tra le gioie italiane, un racconto scritto per Federorafi, Sonia Bolzani inizia col ricordare la figura di San Eligio, vissuto tra il 588 e il 660 in Francia: la sua storia è raffigurata in due cattedrali francesi (Angers e Le Mans) e nel Duomo di Milano, con la vetrata di Niccolò da Varallo, dono degli orefici milanesi nel Quattrocento. Eligio venne assunto come apprendista dall’orefice lionese Abbone, che dirigeva la zecca reale. Sotto il re Clotario divenne orefice di corte e patrono della categoria, grazie – narra la leggenda – alla sua creatività e dedizione all’arte orafa, oltre che al re. Sono passati 1.400 anni ma il gioiello continua a essere realizzato non solo per creare e celebrare la ricchezza, ma per donare gioia, come ogni oggetto intrinsecamente bello.
La particolarità della Lombardia
I distretti orafi più strutturati e analizzati sono quelli di Piemonte (Valenza Po), Veneto (Vicenza) e Toscana (Arezzo). Subito dopo però viene la Lombardia, che ha ancora un ruolo importante, le cui radici – come ricorda ancora Sonia Bolzani – vanno cercate negli orafi attivi a partire dal Medioevo. Di generazione in generazione, di fatto, i repertori tradizionali non sono mai stati abbandonati, anche quando si sono aggiunte nuove forme decorative.
In Lombardia possiamo addirittura parlare di radici millenarie: tesori longobardi sono conservati nel Duomo di Monza, nella Basilica di Sant’Ambrogio, a Milano, in alcune chiese di Bergamo e di Chiavenna. L’arte orafa raggiunse a Milano il suo pieno sviluppo nel XV secolo e oggi, accanto all’attività dei gioiellieri milanesi, va segnalata la nascita di un centro di lavorazione a Mede (Pavia), sotto l’influenza della vicina Valenza Po. Per l’argento, sono famosi gli esperti cesellatori di Como, Cernobbio e Fino Mornasco.
I dati della Camera di commercio