Lettera al risparmiatore

Credem: recessione? Ci sono spazi per crescere. Nuovi servizi nell’ open banking

L'istituto fa leva sull'innovazione per ampliare le soluzioni offerte, soprattutto alle imprese. Nel 2021 il rischio dell'ondata di Npl: la società, anche grazie alla qualità degli asset, dice di essere pronta a gestire la situazione.

di Vittorio Carlini

6' min read

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Aumentare, anche nell’ottica dell’ open banking, i servizi digitali, soprattutto per le Pmi. Poi: sviluppare il private banking. Ancora: proseguire nell’offerta a 360° di soluzioni per il retail e le imprese. Sono tra le priorità di Credem a sostegno del business. Già, il business. Nei primi nove mesi del 2020 il gruppo, di cui la “Lettera al risparmiatore” ha sentito i vertici, è stato contraddistinto da ricavi consolidati in leggero rialzo (+0,7%) e redditività operativa in maggiore aumento (+8,3%). In calo, invece, l’utile netto (-11,7%). Qui però pesano gli accantonamenti preventivi legati alle possibili svalutazioni collettive per il Covid nel 2021. Al netto della posta in oggetto l’utile rettificato cresce (+5,1%).

L’andamento dei ricavi

Al di là delle percentuali, il risparmiatore guarda al margine d’intermediazione. La voce contabile è stata sostenuta dall’attività di trading e dal margine dei servizi. In diminuzione, invece, il “Net interest income”. Il trend fa storcere il naso, anche perché un atout dell’istituto è il positivo track record nell’emissione di credito. Un fattore che avvantaggia il margine d’interesse. A ben vedere un’incidenza negativa l’ha avuta la discesa dello yield degli impieghi. L’andamento, viene spiegato da Credem, è dovuto, da un lato, alla maggiore competizione in scia alla grande liquidità presente nel sistema; e, dall’altro, alle linee di credito garantite previste dai decreti «Cura Italia» e «Liquidità». Ciò detto il gruppo, rimarcando la resilienza del “Net interest income”, professa fiducia. In primis perchè, è l’indicazione, bisogna guardare al trend trimestrale: la prima metà dell’anno, a causa della pandemia, è stata più debole di quella del 2019. Attualmente, però, c’è la ripresa. E poi perchè rileva l’adesione al Ltlro III della Bce. Ad oggi Credem ha circa 7,1 miliardi di linee tirare presso l’Istituto centrale europeo. Nel quarto trimestre il contributo lordo al margine d’interesse è previsto in linea con quello del terzo quarter. Cioè: circa 14 milioni superiore a quello del secondo trimestre. A fronte di ciò il gruppo prevede che il “Net interest income” a fine 2020 sia maggiore rispetto al 2019.

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NOVE MESI A CONFRONTO

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Il nodo recessione

Ciononostante deve ulteriormente sottolinearsi il nodo della recessione. Il calo del Pil, sotto diversi aspetti sterilizzato nel 2019, potrà impattare maggiormente il sistema bancario, compreso Credem, il prossimo anno. La società, pure conscia della situazione, smorza i timori. L’istituto, dapprima, ricorda che la sua quota di mercato è limitata. Quindi, pure in un contesto di riduzione del Pil, ha spazio per crescere. Inoltre il gruppo sottolinea di essere stato in grado, nell’ultimo decennio contrassegnato da varie crisi, di sovraperformare il settore, nei volumi di credito emesso, in media del 3,5-4%. Quindi Credem, al netto di eventi non prevedibili e non auspicabili, prospetta il margine d’interesse del 2021 in crescita.

MARGINE DA SERVIZI

Dati in milioni

MARGINE DA SERVIZI

Il mondo digitale

Fin qui alcune suggestioni sul bilancio. Quali, invece, le priorità nel business? Un focus, per l’appunto, è aumentare i servizi alla clientela al fine, tra le altre cose, di spingere le commissioni. Su questo fronte Credem vuole continuare a giocare la carta dell’innovazione tecnologica. Un esempio? L’istant lending per le Pmi, che sarà lanciato ad inizio del 2021. Il gruppo, anche grazie a big data e digitalizzazione che consentono più approfondite e veloci analisi sul merito di credito, aumenterà l’impegno in situazioni diversificate (tra le altre quella del finanziamento del circolante delle aziende). Non solo. La società punta sul cosiddetto open banking. Vale a dire piattaforme che permettono l’integrazione tra servizi finanziari e quelli non bancari. In tal senso, nel 2021, è previsto, dopo avere definito il giusto partner, un pacchetto per la cybersecurity. L’offerta, oltre a soluzioni contro le intrusioni digitali, potrà contenere prodotti finanziari quali, ad esempio, un’assicurazione ad hoc. Insomma: Credem vuole da un lato sfruttare l’innovazione tecnologia e la maggiore pervasività della digitalizzazione; e, dall’altro, fare anche leva sull’evoluzione regolamentare (ad esempio la direttiva Ue Psd2).

COSTO DEL RISCHIO DEL CREDITO

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La redditività di Credemtel

Sennonché il risparmiatore sottolinea un aspetto: Credemtel, società del gruppo focalizzata proprio nell’ambito dell’innovazione, nei primi nove mesi del 2020 ha visto la redditività calare. Certo: il digitale è trasversale all’intero business. E tuttavia il trend in oggetto non è un biglietto da visita così positivo per chi punta sulle tecnologie. L’istituto rigetta la considerazione. In primis, ad esempio con la fatturazione elettronica, la banca dice che ha inciso l’evento contingente della pandemia. Inoltre, nel corrispondente periodo del 2019, ci sono state diverse voci una tantum che rendono non omogeneo il confronto. Infine Credem precisa che, nonostante la crisi, ha deciso, proprio perchè crede all’innovazione, di proseguire negli investimenti. Il che ha ovviamente impattato la redditività di Credemtel. Una redditività, tuttavia, che nel 2021 la società prevede tornerà a salire.

IL CAPITALE DI VIGILANZA

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Il polo del private

Dall’innovazione al private banking. Di recente l’istituto ha creato un polo del private banking che riconduce, pure rimanendo distinte, sotto un’unica governance le due realtà attive nel settore: il private banking di Credem e la controllata Banca Euromobiliare. Gli asset complessivi in gestione sono circa 32 miliardi. La sfida, nel prossimo triennio, è arrivare a quota 37 miliardi. Cioè il gruppo stima, al 2023, ulteriori 5 miliardi di raccolta netta e senza considerare l’effetto mercato. L’incremento non è da poco: come concretizzarlo? La società non indica una preferenza tra la crescita organica delle masse o l’arruolamento di nuovi banker. Importante, invece, è sfruttare soprattutto le sinergie con la banca commerciale. Ad esempio: all’imprenditore, già cliente perchè ha una linea di credito presso l’istituto, può essere offerta la consulenza sul suo patrimonio personale. Non solo. Proprio le nuove tecnologie, tra le altre i “data analitics”, consentono di meglio intercettare i potenziali clienti. Vale a dire coloro che, magari, non ancora rientrano nella soglia del milione di euro riconducibile al settore private.

Ciò detto, rimarcando l’articolazione del business di Credem (dalla bancassurance ai prestiti personali fino a factoring e leasing), va ricordato un altro aspetto. Che il focus sulla consulenza a 360°, non è riferito solo all’impresa, ma riguarda tutta la clientela (compreso il retail). Un “advisory” capace, nelle intenzioni della banca, da un lato di rispondere alle diverse esigenze dell’utente; e, dall’altro, di agevolare il “cross selling”.

Asset quality

Infine la qualità del credito. Al 30 settembre scorso il Npe ratio lordo è risultato del 3,4%. Un valore, in calo dal 3,8% di fine 2019 e inferiore, secondo quanto indicato da Credem, alla media del sistema (6,1%). Le prospettive sul breve periodo? Alla fine del 2020 il gruppo si attende un ulteriore miglioramento dell’indicatore.

Un po’ diverso, seppure sempre su valori bassi, l’andamento del costo del rischio di credito. Il rapporto annualizzato tra rettifiche ed impieghi netti, al 30/9/2020, era a 36 punti base. Alla fine dell’anno l’indicatore dovrebbe essere intorno ai 40 basis point (erano 24 a fine 2019). Al di là dei singoli numeri il risparmiatore esprime un timore: nel 2021, con il venire meno ad esempio delle moratorie, ci sarà l’ondata di Npl. Una dinamica che, inevitabilmente, colpirà il settore bancario italiano, Credem incluso. Il gruppo, pure consapevole del contesto, professa fiducia. In primis perchè, per l’appunto, il suo posizionamento iniziale, frutto di una strategia avviata da tempo, è molto buono. Il costo del rischio di credito è il minore di tutto il sistema. Poi perchè, come mostra la sua stessa asset quality, l’attività di selezione nell’erogazione del credito, dice l’istituto, ha consentito di avere una base clienti valida e robusta. Infine perchè, afferma sempre la società, la solidità del capitale è dimostrata dal Cet 1 al 13,9% al 30/9/2020. A fronte di ciò Credem, da un lato, si dice pronto a gestire la situazione; e, dall’altro, stima che gradualmente il costo del rischio di credito ritornerà verso area 25 punti base nel 2023.

DOMANDE & RISPOSTE

D: Nel portafoglio titoli il peso percentuale dei governativi italiani è salito. Un andamento che può fare ipotizzare un eccessiva alea sul portafoglio stesso...
R: Credem non condivide il timore. Certo: nel 2019 il peso dei BTp era il 35% e, al 30/9/2020 è salito al 60%. Ciò detto la situazione non desta preoccupazione in primis perchè, è l’indicazione, si tratta della conseguenza della gestione dell’eccesso di liquidità raccolta sui propri conto correnti. Una strategia effettuata con un approccio prudente, investendo in titoli con scadenze inferiori a 2 anni e la cui duration media è, oggi, di 1,5 anni. Poi perchè c’è stata la vendita di Treasury Usa che, riducendo l’ammontare complessivo del portafoglio, ha fatto aumentare il peso dei Btp i quali in valori assoluti sono rimasti gli stessi. E poi perchè, dice sempre Credem, circa il 78% dei governativi italiani è “Held to collect” e quindi non impatta il conto economico. Il peso dei BTp, conclude Credem, tornerà progressivamente al 50%.

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